NOME AUTOREETA'CITTA'
Daniele Naselli23Pieve Ligure

RICORDI (1994)

E se davvero tu vuoi vivere una vita luminosa e più fragrante, cancella col coraggio la supplica dagli occhi. Troppo spesso la saggezza è solo la prudenza più stagnante e quasi sempre dietro la collina è il sole. (La collina dei ciliegi Mogol)

I

«Solitamente Giulia ed io andavamo al mare, intendo dire in quei momenti in cui si litigava; lei usciva di casa sbattendo la porta ed io la seguivo. La guardavo per un po' camminare sulla spiaggia osservavo le sue orme che poco dopo venivano cancellate dalle onde La seguivo silenziosamente aspettando che si calmasse; l'amavo a tal punto da darle ragione anche quando era dalla parte del torto; finiva sempre così, lei passeggiava aspettando che le chiedessi scusa, ed io, come di consueto, l'acconten- tavo».La poltrona in cui sedevo era parecchio dura, tanto che non riuscivo mai a trovare la posizione giusta e per questo mi muovevo in continuazione, facendo credere al dottor Valli che il mio comportamento fosse dovuto all'ansia e al nervosismo. Era questo il motivo per cui Valli, lo psicanalista, mi chiedeva sovente di servirmi del "lettino", una specie antica di divanetto che, come principale caratteristica, aveva la scomodità.Mentre parlavo non riuscivo a guardarlo: ero concentrato solo sul mio racconto e per non distrarmi cercavo di non distogliere il mio sguardo da un buffo fermacarte cilindrico con scritto sopra: "Non sono un posacenere".«Continui il suo racconto! Mi spieghi come mai l'ultima volta non le chiese scusa».Con il dottor Valli riuscivo a parlare tranquillamente, non mi vergognavo, anzi provavo piacere nel raccontargli di me, e mi sentivo importante mentre lo vedevo prendere appunti sulla mia storia; l'idea che in quella scheda ci fos- sero scritte cose che mi riguardavano e che nessun altro sapeva mi affascinava. I problemi arrivavano solitamente quando mi chiedeva appro- fondimenti su Giulia: diventavo rosso e cercavo di fissarlo negli occhi per fargli credere che le sue domande non m'infastidissero. Erano tentativi inu- tili, lui capiva e con professionalità diceva: «Non si preoccupi, rimarrà tutto tra queste mura».Accesi una sigaretta e ripresi a raccontare, fermandomi di tanto in tanto per fare un tiro e per buttare la cenere nel fermacarte.«Lei aveva ragione, avevamo litigato per un nonnulla, una banale discussione dovuta al fatto che io non avevo voglia di accompagnarla al cimitero, da sua madre. Non ho mai sopportato quei luoghi, sono così macabri tutti quei fiori quelle candele sì, insomma mi mettono angoscia, e poi mi fanno pensare alla morte, questo non mi va, sono troppo giovane per pormi problemi di questo genere». Sospirai, poi spensi la sigaretta anche se l'avevo appena incominciata, perché mi ero accorto che il fumo infastidiva il dottore. Lui mi ringraziò e mi chiese di continuare.«Stavo dicendo ah giusto, non avevo voglia di accompagnarla, ma sapevamo entrambi che l'avrei fatto. Può immaginare cosa successe dopo, lei mi gridò che ero un egoista e uscì di casa sbattendo la porta».Lo sguardo di Valli mi fece capire che il tempo stava per finire e che avrei dovuto essere meno dispersivo.«La seguì?»Feci cenno di sì.«La osservavo come sempre a distanza, capivo che mi stava aspettando, ma questa volta non mi avvicinai. Rimasi a fissarla, ma con la mente pensai a me stesso, a quante volte gliel'avevo data vinta; mi sentii debole, banale, come posso dire sì, praticamente come se fossi succube di lei».Il dottore mi guardò inizialmente perplesso, poi toccandosi la vera mostrò una strana espressione; gli si leggeva in volto che mi voleva dire una delle solite frasi: "Non le sembra di esagerare? In fondo l'amore è questo".O forse più semplicemente: "Magari non era più innamorato, o meglio, il vostro rapporto stava attraversando una crisi".Così lo precedetti: «No, non sto esagerando, vede »Inizialmente avrei voluto rispondere affermativamente, però mi sembrò più allettante l'idea di contraddirlo, così: «Vede, in quel momento lei non mi interessava più, il problema era che mi rendevo conto di quanti difetti avessi io! Lo so, può sembrare strano ma è così; le spiego meglio In quell'istante mi riscoprii assillante e possessivo; fino a poco prima mi giustificavo autoconvincendomi che il mio comportamento fosse dovuto al troppo amore, ma questa volta capii come fossero realmente le cose.Era vero che l'amavo tanto, ci può giurare, Giulia era tutto per me, ed è per questo che la assillavo e la viziavo: in pratica la stavo cambiando. Davanti a me si presentava sempre uguale, ma quella ragazza non era più la stessa Giulia timida ed insicura che piaceva a me. L'avevo trasformata, ora era perfetta, il mio ideale di donna, ma non era più lei; ragionava come me, parlava come me, era una parte di me. In fondo anche le nostre liti erano una scusa per farmi contento. Giulia capiva che il consolarla dopo una discussione non mi dispiaceva quanto il darle sempre ragione.Questa volta però no, non potevo mi capisce, vero? Non intendo dire per la faccenda di sua madre, ma per come l'avevo fatta diventare, per come le avevo impedito di essere se stessa».Il dottor Valli, guardando l'orologio, mi fece cenno di alzarmi e disse che l'ora era finita; mi strinse la mano e mi accompagnò alla porta.L'essere interrotto m'infastidiva e, come sempre a fine ora, una forma d'angoscia prendeva in me il sopravvento: mi rendeva vuoto, insicuro, triste. Diverso era invece il mio comportamento ad inizio seduta: prima di andare, cercavo sempre una scusa per evitarla, qualche volta l'avevo anche disdetta, ma in linea di massima, anche se arrivavo in ritardo, non mancavo al mio impegno. Perdevo sempre la prima mezz'ora parlando di sciocchezze, ma quando incominciavo a prendere sicurezza non mi fermava più nessuno. Il dottor Valli mi ascoltava e mi rendeva felice, sapevo che lo faceva perché era il suo lavoro, che ciò che gli stava più a cuore erano i miei soldi e non le mie storie, ma a me andava bene ugualmente in fondo, qual era la differenza? Scesi le scale ed uscii dal portone, aprii con le chiavi il lucchetto, slegai la Vespa, poi tolsi il bloccasterzo, misi in moto e partii.Giunto a casa mi sdraiai sul divano, accesi la televisione, poi una sigaretta ed incominciai a cambiare frene- ticamente canale in cerca di una trasmissione che mi garbasse. La mia attenzione però cadde sulla fotografia di Giulia; balenò in me l'idea di telefonarle ma non trovai il coraggio per farlo. Decisi di alzarmi e di ripercorrere la strada che Giulia ed io facevamo ogni qualvolta si litigava; uscii di casa, andai sulla spiaggia e fissando il mare cominciai a pensare a lei. Erano passati sei mesi dall'ultima volta che l'avevo vista, era venuta a riprendere la sua roba; non mi aveva neppure degnato di una sguardo, nemmeno un ciao. Aveva gli occhi gonfi di lacrime, ma davanti a me non pianse.«Sono sicuro che se l'avessi pregata sarebbe rimasta, ma in quel periodo ero troppo impegnato ad autocommiserarmi per rendermi conto di che grave sbaglio stessi commettendo. Così non le dissi nulla, e lei uscì per sempre dalla mia vita».Questa era una delle tipiche frasi che usavo ripetere al mio analista e la sua reazione era sempre la stessa, uno sguardo simile a quello di un negoziante appena sentita la frase: "Mi fa lo sconto".Un brivido di freddo percorse il mio corpo, in quell'istante mi sentii come un bambino indifeso e la mente mi portò a tanto tempo prima, ricordai un piccolo episodio del quale nessuno, tranne i protagonisti, sapeva l'esistenza; mi vidi a cinque anni. A quei tempi avevo un cane, Billy, e lo portavo spesso in riva al fiume per i suoi bisogni. Una volta vi andai con due amiche di mamma, la prima era una megera, la odiavo, era vecchia e brutta e mi pizzicava sempre le guance o mi accarezzava la testa. L'altra, Maria, era bella, mi baciava spesso e sorrideva sempre. Arrivato al fiume mi sedetti su di un tronco nell'attesa che Billy finisse, poco dopo sentii un formicolio strano. Avevo i pantaloncini corti e una magliettina leggera, era quasi estate. Inizialmente non badai al prurito, poi, all'aumentare di esso, mi guardai le ginocchia. Mi ero seduto su di un tronco popolato da centinaia di formiche rosse che impaurite gironzolavano sulle mie gambe, continuando a mordermi. Le due donne, vedendomi spaventato, cominciarono a ridere; non le considerai, ero troppo intento a togliermi i vestiti di dosso. Quando fui completamente nudo mi buttai nel fiume; a quei tempi si poteva ancora fare il bagno. La megera cominciò a prendere in giro le dimensioni del mio sesso e quando Maria le disse di smettere, ella rispose che tanto mi sarei presto dimenticato dell'accaduto. Non fu così, tanto più che al suo funerale, mentre il prete ne elogiava le buone azioni, io in mente avevo un'unica scena: quella. Comunque, quando uscii dall'acqua, Maria mi asciugò con i suoi vestiti. Era veramente bella, aveva i capelli biondi e gli occhi marroni. Era più alta di mamma ed indossava spesso la gonna. Io cercavo sempre di guardarle le gambe e lei se ne accorgeva e faceva di tutto per mostrarmele. La prima volta che le vidi un seno fu mentre allattava Camilla: avevo solo tre anni ma non potei resistere alla tentazione di spiarla; era entrata con la piccola in camera di mamma ed io, dopo aver appoggiato uno sgabello alla porta, vi salii sopra e spiai dal buco della serratura. Si trattava di normale curiosità infantile: vedendo una persona a lui molto cara chiudersi in una stanza, un bambino desidera sapere cosa ella stia facendo.Rimasi a fissarla per alcuni minuti, più del suo corpo la mia attenzione si portò verso la delicatezza con cui teneva fra le braccia la piccina. Poco dopo mia madre mi vide e mi schiaffeggiò: le cinque dita mi arrossarono la guancia sinistra, piansi ma non sentii male. «É sbagliato, non devi essere curioso Se la porta è chiusa, tu non devi assolutamente aprirla, tanto meno guardare dal buco».E mentre parlava mi colpiva ripetutamente il sedere. Mia madre era severa, ma lo faceva per il mio bene; del resto, in casa, mancava la figura paterna e così, senza provocarmi dolore e con scarsa convinzione, mi pic- chiava. Tornando a Maria, fu il mio primo amore, ed in fondo sapevo che anche lei mi adorava. Quando mamma andava al lavoro ella veniva con Camilla per farmi compagnia. Fu lei a raccontarmi chi fosse mio padre. Per farmi capire che era scappato dopo aver messo incinta mia madre a sedici anni mi disse: «Tuo papà era bello, bravo, ma non poteva permettersi di mantenere un figlio, sapeva che avrebbe fatto soffrire tua madre e così andò a vivere in America».Maria puntava sul fatto che io ero particolarmente at- tratto dall'America e così, per non farmi odiare il padre che non avevo mai conosciuto, mi diceva che era diventato il padrone degli Stati Uniti e che però non poteva mandarci i soldi perché mamma non gli aveva dato l'indi- rizzo. Più tardi scoprii che quando i miei fecero l'amore lui aveva solo quattordici anni e che dopo aver saputo di me scappò di casa senza lasciare notizie a nessuno. Una decina di anni dopo, qualcuno disse che era in prigione per aver prima derubato e, subito dopo, ucciso una persona. Carogne, la gente raccontava queste ed altre falsità a mia madre voluta- mente per il piacere di vederla soffrire Le male lingue meritavano una punizione speciale e così mi ritrovavo a bucar loro le gomme delle bici- clette o a rompere i vetri delle finestre. Un giorno mi scoprì la signora Melli, mi prese e mi bastonò, ma non svelò mai nulla a mia madre, forse per ciò che le dissi: «Mi può picchiare ma ci dovrebbe stare lei sotto il bastone».E più parlavo e più batteva forte, e sbraitava contro la mia maleducazione. Ci trovavamo nel vialetto d'ingresso della sua abitazione e solo un cancello ci divideva dalle altre male lingue, che guardavano interessate. «Cosa guardate, andate via!», gridava la signora Melli.«Mi lasci, mi lasci andare».Urlavo, ma non piangevo: non volevo darle tale soddisfazione. Quando mi lasciò, scappai fuori dal suo giardino, presi una pietra e la scaraventai contro una finestra. La ruppi e, fiero, corsi verso casa gridando ingiurie nei confronti della famiglia Melli. Mia madre non seppe mai nulla, l'avevo vista troppe volte piangere ed era arrivato il momento di porre fine a quella triste situazione. Riguardo mio padre, con certezza capii che lei lo aveva amato nonostante il fatto che fosse scappato. Questo mi bastava per trattenere il pianto ogni qualvolta che, sedendomi, provavo dolore.D'un tratto, forse per via di mio padre, mi tornò alla mente quella volta che rubai delle macchinine in un negozio. Eravamo piuttosto poveri ed in casa non c'erano giocattoli di quel genere; con questo non voglio dire che non avessi balocchi, ne avevo ed anche tanti, ma non belli come quei modellini. Comunque ero insieme ad un altro ragazzino, un discoletto che mi spinse a fare quel furto. Lui a distrarre il commesso facendogli stupide domande ed io a commettere l'atto più difficile e pericoloso. Il negoziante mi vide e per la rabbia, o solo per punirmi e farmi evitare di ricadere nello stesso errore, mi schiaffeggiò. La cosa più interessante fu che mi disse che conosceva mio padre e che glielo avrebbe fatto sapere al più presto. Povero ingenuo, come poteva immaginare? Io comunque non dissi nulla, restituii le macchinine ed andai in chiesa a chiedere perdono a Dio.Si era fatto buio e così tornai a casa, la mattina dopo sarei dovuto come sempre andare in ufficio.

II

«Da ragazzino sognavo una storia d'amore con una donna come Maria. Ve- devo il matrimonio io che la portavo nella camera da letto dopo averle fatto varcare la soglia di casa abbandonata fra le mie braccia. L'immagine di amore che avevo a quei tempi era molto differente da quella che poi la vita mi costrinse a considerare vera. Quelle, purtroppo, erano solo fantasie di uno stupido bambino, se la realtà fosse così, ora non mi troverei in cura. Comunque alla sua domanda francamente non saprei rispondere. Che vuole, il matrimonio è un passo importante, e forse sì, in fondo se mi fossi sposato con Giulia le cose non sarebbero cambiate più di tanto, sa- rebbe finita ugualmente ed io ne avrei sofferto sicuramente di più. Comunque sento molto la mancanza di quel calore affettivo che una famiglia dovrebbe dare, credo sia così; purtroppo la mia infanzia non mi ha dato una concezione di famiglia molto normale, quella che sogno io, come del resto penso facciano tutti, è quel prototipo di convivenza modello che si vede nei film americani. Però se potessi cambiare la mia vita, intendo dire se fossi un'altra persona, allora sì, vorrei essere sposato, avere un figlio. Dio come mi piacerebbe avere un bambino, anzi, una bella bambina da mostrare a tutti con fierezza. Ogni tanto mi immagino padre, sa? Poi però vedo una bellissima ragazza, mia figlia, che mi chiede se può rincasare più tardi Guardi, io non so come spiegarle, ma sì, insomma, mi sento come come, ecco, mi sento come se fossi geloso. Lo so, lo so è sciocco, sono al corrente del fatto che non ho realmente una figlia, però nonostante tutto sento la paura di perderla, mi capisce, prima ancora di averla. Forse è solo che ho perduto già troppe donne, e questo mi mette realmente paura, incomincio a pensare di non essere in grado di condurre una vita normale. In fondo penso che la vita di coppia sia la cosa più normale che ci sia sulla faccia della terra; è un comportamento comune a molti animali, ma forse io non sono capace di dividere la mia vita con un'altra persona».Valli prendeva appunti indaffarato, gli leggevo in volto che si sentiva fiero. La sicurezza nelle proprie capacità e nei propri sistemi lo aveva portato alla conclusione che la domanda che intendeva rivolgermi gli avrebbe facilitato senza dubbio il lavoro. Io, fissando quell'uomo così ostinatamente convinto di essere efficiente, mi sentivo pari a lui perché, fra tutti e due, solo uno poteva realmente risolvere il mio problema, e questi ero io. Sapevo che mi serviva il suo aiuto, ma per guarire dovevo contare solamente su me stesso.«Quindi lei si sente inferiore ad un modello di vita che si era precedentemente prefissato?»Guardai Valli malignamente, poi risposi a tono: «Io non mi sento inferiore a nessuno».In quell'istante ricordai il mio precedente pensiero, lo paragonai al commento di Valli e il risultato fu una rumorosa risata.Lo psicanalista mi guardò sorridendo ed educatamente chiese: «Cosa l'ha fatta ridere?»Non risposi ma riproposi il discorso interrotto.«Beh, forse ha ragione, la mia vita è sicuramente differente da quella che sognavo da bambino. Ricordo che una sera mia madre mi prese in braccio, ero molto piccolo ma ho quella situazione ben impressa nella mente. La memoria spesso mi gioca brutti scherzi, a volte dimentico appuntamenti, il caffè sul fuoco, ma certi momenti della vita quelli proprio no».E rimanendo in tema con il mio monologo mi resi conto di aver scordato il precedente dialogo. «Cosa stavo dicendo?»«Parlava di sua madre che lo »Bastò sentir pronunciare la parola "madre" per riprendere il filo del discorso: «Giusto, mia mamma mi prese in braccio e cominciò a spiegarmi che forse avremmo dovuto cambiare casa. Si riferiva al fatto che le avevano offerto un posto di lavoro in un'altra città. Io piansi e fu suffi- ciente quella reazione (e le ripeto che si trattava della risposta di un bambinetto di non più di cinque anni) per farle cambiare idea. La realtà è che mia madre adorava la sua casa; così non partimmo e rifiutammo una vita certamente migliore di quella che conducevamo. Sa quale posto rifiutò?»Valli sembrava interessato anche perché non riusciva a collegare il discorso precedente con quello che stavo terminando. «La meretrice. Mia madre era considerata una bella donna ed un danaroso signore di bell'aspetto le aveva offerto di seguirlo; in pratica doveva vivere con lui e con i suoi "amici", pulirgli la casa e beh ci siamo capiti. Lei aveva accettato, me lo disse più avanti: "In fondo è un lavoro come un altro! Con un figlio a carico senza marito i soldi fanno comodo". L'unica cosa che la spinse a non fare quella sciocchezza no, non fu il fatto di vendersi né tanto meno il pianto del figlio lei adorava la sua casa, l'amava troppo per lasciarla. Così non andò contro il proprio volere; beh, io a differenza sua ho tradito i miei principi. Io adoravo il mio paese ma l'ho abbandonato».«Per Giulia?»«Anche!»«Mi racconti come accadde. Come decise di venire a vivere qua con Giulia?»Accesi una sigaretta e cominciai.«Dunque, a quei tempi trovare un lavoro era sicuramente più facile di adesso, però al mio paese sa com'è insomma non avrei potuto sperare in un grande avvenire. Così decisi di partire e venimmo qua. Giulia mi seguì».Mentii e questo mi fece sentire sciocco: ero in cura da una persona che come compito doveva farmi capire che cosa fossi diventato, ma come avrebbe potuto senza la mia collaborazione?«Beh, vede, la verità è ben diversa; questa è la versione ufficiale, in realtà, l'unica maniera per poter stare con la mia compagna, era quella di cambiare città. Mia madre non mi perdonò mai il fatto di essere andato via per una ragazza. Sa, figlio unico, lei ed io sempre insieme, certo, c'erano Maria e Camilla ma non era la stessa cosa. Mamma mi era troppo attaccata e per parecchio tempo non mi rivolse più la parola. Poi, come sempre, arrivò il momento in cui mi resi conto che la spiacevole situazione dovesse giungere a termine e così andai a trovarla. Nessuno dei due chiese scusa all'altro, fu come se nulla fosse accaduto».Sotto gli occhi stupiti dell'analista, invece del solito pacchetto di sigarette, presi dalla tasca una gomma da masticare; ne avevo comprate parecchie perché credevo mi avrebbero aiutato a fumare meno: non speravo di smettere, a dire il vero non lo desideravo nemmeno, ma optavo per una notevole diminuzione del tasso di nicotina quotidiano. Offrii a Valli un chewing-gum e lui, rifiutando educatamente, mi domandò di proseguire.«Il difficile fu trovare lavoro. Nel mondo vi sono diversi tipi di persone, che sostanzialmente si possono dividere in due principali e grandi categorie: coloro che chiedono e coloro che danno. Non si tratta di una semplice e pessimistica visione dell'umanità, ma del risultato della mia accurata ri- cerca, durata parecchio tempo, per trovare un maledetto posto».«Non le pare di esagerare, insomma trovare lavoro è difficile per tutti; lei mi sembra troppo pessimista? Del resto, oggi, ha un'ottima occupazione!»«Preciso subito che nulla mi spinse ad approfondire tale argomento, fu solo una spiacevole serie di combinazioni, che prima con noncuranza, poi con assiduità e foga, mi trascinò nell'impresa. L'articolo che scrissi fu talmente bello che mi presero subito. Ero diventato un giornalista. Analizzai diversi casi comportandomi da semplice spettatore o da severo giudice, lasciandomi condizionare da tutti quei fattori esterni che rendono impossibile quella tanto sospirata "vita perfetta" basata su complicati ed in- flessibili concetti che nella realtà non vengono mai seguiti. Mi lasciai guidare dall'amore e dall'odio, due parole che pur essendo tanto differenti non possono esistere se non assieme; mi feci condizionare dalle amicizie, dalle conoscenze, senza trascurare le maligne dicerie della gente; fui costretto a cambiare parere e con il passare del tempo abbandonai la mia carriera».Dal sarcasmo con cui pronunciai la risposta si capì che il precedente commento mi aveva ferito. Così, senza alcun motivo plausibile, feci notare a Valli la mia disapprovazione: «Per fortuna ora, come mi ha ricordato lei, ho un buon lavoro». L'ora era terminata, e, dopo la consueta stretta di mano, uscii. Un vigile mi aveva fatto la multa così passai un quarto d'ora a raccontargli le mie ragioni, cercando il modo di non pagare. Il tutto accadde davanti allo studio dello psicanalista; c'è da precisare che erano circa le diciannove e trenta, ora in cui questi smetteva di lavorare. Lo vidi uscire dal palazzo e dirigersi frettolosamente verso la propria macchina. Inizialmente fui tentato a seguirlo, poi mi resi conto del fatto che la sua vita privata non fosse affar mio e mi apprestai ad andare a casa. Il giorno seguente ero nuovamente nell'ufficio di Valli.

III

La macchina percorreva velocemente la strada accompagnata dal suono rimbombante dell'autoradio e da quello assordante del motore. Fiero, mi sentivo il padrone del mezzo, percepivo le vibrazioni che provocavano in me una notevole scarica d'adrenalina. Il tragitto era scosceso, pericoloso, principalmente per via delle insidiose curve che causavano un fastidioso sibilo delle gomme. D'un tratto comparve da dietro una macchia sportiva; la notevole velocità del mezzo e l'incosciente spericolatezza dell'autista permisero un improbabile sorpasso, nonostante il mio tentativo d'ostacolarlo. Nell'atto, l'uomo al volante del duetto si accostò, si voltò verso di me e, con aria da superiore, ghignò salutando. Il volto mi parve familiare e così incominciai a ricercarne, fra le persone note, il proprietario. Mi fu però difficile ricordare qualsiasi cosa, e anche applicandomi con tutto l'impegno non vi riuscii. Ben presto, per via delle curve che accerchiavano il monte, l'auto scomparve dal mio campo visivo, e con essa il tentativo di ri- conoscerne l'autista; sennonché, una forte frenata proveniente dalla parte superiore del monte mi riportò al considerare l'accaduto. In una frazione di secondo mi ritrovai di fronte ad una frana che, tumultuosa, dirigeva verso valle. Inchiodai e per miracolo evitai lo scontro. Mi trovavo sulla parte destra della carreggiata completamente scioccato, ma un forte rumore di lamiere contorte mi spinse a riprendere i sensi ed a realizzare che il duetto era capitolato insieme alla frana. Vidi alla mia sinistra l'auto poi, nuo- vamente quel volto, ma questa volta i due occhi furbini erano terrorizzati e si sostituivano alla voce che, per la paura, non riusciva a farsi sentire. Fu un attimo e le pietre lo travolsero lasciandomi impotente spettatore. Con notevole ansia raccontavo il tutto al dottore che, come sempre, ascoltava ed annotava nel suo portatile.«Questo incubo mi ossessiona, ma non è l'unico. Con discreta periodicità mi capita di rivivere anche l'investimento della ragazzina Sarà la mia autoconvinzione di essere un pessimo auti- sta?»Valli sorrise quasi per obbligo, poi mi fece cenno di proseguire.«Mi trovo in macchina con dei ragazzi che alcuni anni fa frequentavo, gli amici della spiaggia. Due sono seduti dietro, uno accanto a me, io sono al volante. Si scherza e si ride con la musica che penetra le nostre orecchie, fino a che poi, giunti a destinazione, nel fare manovra, accade il terribile fatto. Metto la prima ed avanzo lentamente, uno dei ragazzi mi grida scherzando, ma con tono preoccupato, di andare indietro per evitare la collisione con un altro mezzo. Tutti gridano ed io non riesco a capire come comportarmi. Distrattamente metto la retromarcia e tra l'euforia dei compagni e la fastidiosa confusione pigio l'acceleratore. L'amico svela sempre più allegro lo scherzo, così io, sempre guardandomi dietro, metto nuovamente la prima e comincio a dar gas. Un colpo fa vibrare la macchina, preoccupato mi volto e, tra le insensate risa degli amici, vedo il volto della ragazzina schiacciato contro il parabrezza. Comincio a gridare aiuto, ma capisco la mia impossibilità di aiutarla ormai è morta. Gli altri, insensibili, gridano schernendomi per l'accaduto: "L'hai uccisa, l'hai uccisa". Forse, anzi sicuramente, quella ragazzina era Giulia».Uno strano odore di fritto proveniva dalla finestra aperta, forse era dovuto all'ora. Nel limitrofo ristorante si cominciava a preparare il pranzo.«Ma lei capisce chi essa sia durante il sogno?»Lo sgradevole odore nauseabondo mi fece passare quel principio di fame che, alcuni istanti prima, aveva fatto brontolare il mio stomaco.Con una strana smorfia pronunciai: «Forse non saprei talvolta sì, perché grido il suo nome, cert'altre mah comunque le assicuro che la sensazione di aver ucciso una persona sembra talmente reale, da farmi stare male per alcuni giorni. Poi mi riprendo, e capisco che è solo un sogno». Valli si alzò, chiuse la finestra e durante il tragitto che lo divideva dalla scrivania domandò: «Le è mai capitato di fare un incidente? Magari proprio con quei ragazzi, o con Giulia stessa».Lo sgradevole odore riempiva la stanza e, miscelato al caldo, era diventato realmente insopportabile.«Con Giulia no, con i ragazzi beh, sì, ma non guidavo io, ed era tutt'altra situazione».L'analista azionò il ventilatore, poi scusandosi chiese: «Le da fastidio?»«Assolutamente no!».Nonostante il desiderio di fumare mi diedi un contegno, l'aria era già abbastanza viziata di per sé.«Comunque cosa accadde?»«Il guidatore non si accorse della difficoltà di una curva, e ci capottammo. Per fortuna ce la cavammo con qualche graffio e tanta paura».Valli, notando la mia poco prolissa e superficiale risposta, cambiò argomento. «C'è qualche particolare ricordo che le permette di associare Giulia al sogno? Che so, una gita in macchina con gli amici o qualche cosa di simile».Con lo sguardo tipico di chi prima di rispondere analizza bene la domanda, feci un sicuro cenno di no; poco dopo, tornando sui miei passi, mi corressi: «A dire il vero, forse sì ora non c'entra molto, però mi è venuto in mente e vorrei raccontarglielo. Le potrà sembrare un po' strano, ma non c'è nulla di male in ciò che le sto per dire. Non mi prenda per un maniaco o per un matto. Questa è una particolare situazione che si ripeteva ogni volta che, Giulia ed io, si andava in gita con la macchina. Come lei ben sa, le donne non hanno la nostra stessa facilità di "liberarsi dei propri biso- gni". A noi basta un albero, un muro, uno spiazzo per loro è molto più complicato».Quasi divertito lo psicanalista ascoltava la mia confessione, permettendomi di capire quanto trovasse sciocco il tutto.«Vede, con infinita dolcezza, e senza malizia, io rivedo Giulia piegarsi sulle ginocchia e nascondersi dietro la portiera. Poi la sento chiedermi di farle la guardia e di avvertirla nell'ipotetico arrivo di gente. Non può capire quanto sia importante per me questo frammento. Quella ragazza timidamente nascosta dietro la macchina è la donna che amo, è tutta la mia vita, anche in un momento banale e stupido, anche nell'atto di fare pipì» Eliminato ormai quell'iniziale sguardo, ma incuriosito dalla reale o meno concretezza dell'amore tra Giulia e me, Valli chiese: «Mi parli della vostra convivenza».Nel parlare, mi sembrò quasi di rivivere certe esperienze, tanto che dimenticai che Giulia ed io non eravamo più una coppia. «Si tratta di una normale storia, con alti e bassi, ma sostanzialmente si stava bene assieme. La convivenza è molto importante, perché due persone, finché non vivono sotto lo stesso tetto, non possono rendersi conto del fatto che siano o meno compatibili, che possano o meno sposarsi. Per me il matrimonio è im- portante, non è una decisione che può essere presa affrettatamente. Si sentono tutti i giorni di storie di ragazzi che escono assieme per anni, poi si sposano, vanno a vivere assieme e si lasciano. È normale, ti senti privato della tua libertà in tutto, anche nelle piccole cose come gli armadi, i cassetti, la posizione in cui dormire. Vivere con una donna, e lei lo saprà sicuramente, è un'esperienza fantastica, ma sicuramente molto difficile».Ora tornai alla realtà e vidi Giulia lontana da me così, affranto, terminai il dialogo: «Non sono certo, ma penso che Giulia ed io non aves- simo questo problema lo stare assieme, era per noi naturale amministrazione. Eravamo come un'unica persona e il separarci era una sofferenza fino a quel maledetto giorno». Abbassai lo sguardo, poi, cercando di mostrarmi forte, diressi gli occhi visibilmente lucidi verso le pupille dell'analista.Questi con apprensione domandò: «Si sente bene? Preferisce terminare qui?»Quasi osannassi quella liberatoria decisione, trattenni le lacrime ancora per il tempo di ringraziare e stringere la mano a Valli. Con difficoltà mascherai la mia infelicità, ma, giunto sulle scale, il pianto sgorgò spontaneo. Tutto accadde sotto gli occhi stupiti e comprensivi di una donna delle pulizie, la quale, dopo essersi accertata delle le mie tranquille condizioni, cercò invano di consolarmi.

IV

«É proprio una malattia! L'avevo e l'ho tuttora, ma per chiunque, non solo per chi mi sta a cuore. L'apprensione mi divora e, in certi momenti, provo a non curarmene, ma mi ritrovo a dire o fare cose che non vorrei, come spingere una persona che non ho mai visto, della quale non so né il nome né cosa faccia nella vita. Credo si tratti di una forza misteriosa che mi trascina, che mi obbliga a far camminare quello sconosciuto sul marciapiede. Non mi fraintenda, non creda che io sia una specie di scout o santo, per carità, anzi, non aiuto mica le vecchiette ad attraversare la strada, ma l'apprensione si impossessa di me. Le prime volte era mia mamma che, preoccupata, mi faceva salire sullo stretto marciapiede e, pur di starmi accanto per proteggermi, camminava in mezzo alla strada. Poi, crescendo, questa sua paranoia si è trasferita in me, ed io mi ritrovavo a comportarmi con lei nel medesimo modo».Come sempre a stabilire l'argomento da trattare con Valli era la casualità. Nasceva o da un sogno o da un desiderio o, come nella maggior parte dei casi, da ciò che mi si presentava davanti durante il tragitto per giungere allo studio.Quel giorno la mia musa ispiratrice fu una bimba molto piccola sia di statura sia di età: non era bella ma, forse proprio per quel suo andamento impacciato, aveva colpito la mia curiosità. Camminava sola e con enormi difficoltà principalmente causate dall'ingombrante pannolino che si poteva chiaramente distinguere sotto il completino bianco a pallini rossi. Il suo fascino stava tutto lì, in quella gon- nellina corta dalla quale spuntavano due gambette grassottelle e rosee. Sul viso invece c'è poco da dire: tondo, arrossato, pareva essere intonato con i capelli color rame.Io ero fermo ad un semaforo, ed, essendo sulla Vespa, avevo fatto il solito slalom tra le macchine per posizionarmi in prima linea, in modo tale da non perder tempo e ripartire al più presto.La bambina era alla mia destra e stava per attraversare la strada. Il mio primo impulso fu quello di abbandonare il mezzo e precipitarmi a fermarla, ma a placare l'istinto bastò la voce apprensiva e nello stesso tempo tranquillizzante della madre. Era una donna normale, né bella né brutta, di statura comune e dal seno abbondante. Era vestita di fretta, o almeno inizialmente così sembrava, ma a guardarla bene si capiva che in realtà la scelta degli abiti era stata meditata. Tutta in tono, vestiti, occhi, capelli, scarpe, persino il tempo. Già, quell'abito sembrava perfettamente intonato al chiarore del timido sole che con tutto il proprio impeto cercava di sovrastare le poche nuvole rimaste. Ero estasiato dalla dolcezza di quella mamma, forse perché si era comportata come mi sarei comportato io insomma, a dire il vero, chiunque avrebbe fatto la medesima cosa; comunque, il protrarsi della scena non mi aveva permesso di notare il colore del semaforo. Ad ob- bligarmi ad accorgermene fu un automobilista che da dietro suonava molto insistentemente: era nuovamente verde. Il mio sguardo perso nel vuoto parve quello di una persona il cui sonno è stato interrotto dal pedante suono della sveglia. La mente, che già era lontana mille miglia, fu costretta a tornare alla realtà stavo sognando da sveglio per l'ennesima volta. Appena sbloccato mi resi conto di ciò che mi circondava e pensai: "Ma che ho fatto? Ha ragione a suonare " Così, dopo aver notato che la mia Vespa era al centro della strada ed ostacolava il traffico, decisi di spostarmi, ma prima, rassegnato dalla situazione, provai a chiedere scusa Senza accorgermene, e con una insistenza da convinto innocente, mi ritrovai però a gridare a gran voce: " ma che vuoi passa, no!" L'anziano signore cominciò a strillare frasi poco gentili, tanto che l'orgoglio mi spinse a non farlo passare pur sapendo di essere in torto. I clacson dietro suonavano imponenti e continui, le grida della gente fuoriuscivano freneticamente dalle macchine accodate, ma, nonostante tutto, io non mi muovevo. In meno di un minuto si era formato un vero e proprio ingorgo, e a me sembrava di essere a teatro: lo spettacolo aveva il suo attore principale, il "buono" della situazione, ossia l'automobilista che dalla sua aveva il pubblico. Si era improvvisata per l'occorrenza una vera e propria schiera di spettatori casuali interpretati da passanti, negozianti e, cosa che mi dispiacque alquanto, dalla vera colpevole dell'accaduto: la mamma della bimba. Io rappresentavo il cattivo, il maleducato, specialmente da quando, dopo aver accostato e visto il "nemico" troppo intento a sbraitarmi dietro, dissi: «Vecchio, non vedi che hai la coda alle tue spalle, ti togli o no? La gente aspetta solo che tu prema quell'acceleratore».La discussione si era prolungata a tal punto da far scat- tare nuovamente il semaforo. La pelle del mio viso s'intonò di colpo alla grossa palla luminosa che m'impediva il transito e che mi costringeva a sottostare ad una vera e propria umiliazione; mi sentivo gli occhi di tutti puntati addosso, percepivo i loro commenti: "che maleducazione ma che razza di persona ai miei tempi e voleva aver ragione ma chi è, l'hai mai visto peccato che non abbiano fatto a botte " L'anziano signore della vettura dietro, appena fu nuovamente verde, pigiò l'acceleratore e sparì senza fiatare né gesticolare; gli si leggeva in volto la soddisfazione di avere tanta gente dalla sua. Comunque, la mia affermazione lo aveva sicuramente scosso, e questo mi diede un po' di allegria, che, purtroppo, durò pochissimo. Gli altri passando mi guardavano ridendo o facendo gesti maleducati il mio calvario non era ancora terminato: la Vespa non partiva più. Ci vollero diversi tentativi ma dopo alcuni minuti ripresi il viaggio. Ero sudato, sporco di grasso, adirato, ma soprattutto umiliato. Per quel breve lasso di tempo, cercai di guardare il meno possibile la gente intorno a me e quando la moto si accese, sopirai dal sollievo.« capisce, è successo solo alcuni minuti fa, è per questo che sono arrivato un po' tardi».Valli sembrava particolarmente pensieroso, forse contento, ma sicuramente distratto. Questo mi dava parecchio fastidio, del resto io lo pagavo e lui doveva sentire le mie storie. Così, mentre parlavo, cercando di permettergli di capirmi pur non scoprendomi troppo, meditavo su quanto tutte le persone fossero simili. Quante volte mi ero trovato nella sua situazione? Quante volte ero costretto ad ascoltare gente pur non avendone la minima voglia? Certo, il mio lavoro era differente, però in fondo lo capivo, m'infastidiva, ma comprendevo. Così questa eccezionale situazione era diventata la mia sfida: da un lato il dottor Valli, estremamente felice e poco desideroso di ascoltarmi, dall'altro io, depresso, infelice e bisognoso di essere ascoltato. Dovevo riuscire ad interessarlo, a costo di condire più del necessario i miei racconti, tanto da confondere realtà e fantasia. Pensai di intristirlo." impossibile! É il suo mestiere, ne sente di cotte e di crude, sicuramente non si fa coinvolgere dalle storie dei suoi pazienti anche se a volte mi sembra che la mia vita ma poi sto parlando di apprensione forse dovrei cambiare discorso, questo è inutile, non serve né a lui né a me Però Giulia diceva che era un mio problema "Dopo una breve pausa riflessiva, della quale Valli non parve accorgersi dissi: «Giulia diceva che era un mio problema».Trovai un compromesso, anche se mi disturbava, sapevo che l'interesse maggiore del dottore era rivolto ai discorsi su Giulia, quasi le attribuisse totalmente la responsabilità dei miei problemi «Vada avanti, si spieghi meglio»."Eccoci ", pensai, "come volevasi dimostrare". «Sa, oggi me ne rendo conto, ma allora non volevo proprio capirlo anzi, sapevo di sbagliare ma l'amore, complice l'apprensione, m'impediva di comportarmi come realmente avrei dovuto».Valli quasi confuso, ma ormai attento ai miei discorsi, chiese nuovamente chiarimenti.«Ho imparato che nelle relazioni sono molto importanti i "tagli"; nelle mie poche esperienze ho sempre constatato che fino a che ti mostri poco interessato, poco disponibile, loro pendono dalle tue labbra, poi però come dire le cose cambiano.Per esempio, fino a che Giulia credeva che per me fossero più importanti gli amici, fino a che non si convinse che non l'avrei mai tradita, sì, insomma, fino ad allora, tutto era perfetto e lo stesso valeva per me, però, appena capii che Giulia viveva in mia funzione, che esistevo solo io la lasciai.Sì, ma era poco che uscivamo assieme».Valli senza il minimo stupore chiese: «Come accadde?»Conscio di essere riuscito nel mio intento, assaporai fiero la vittoria e, con disinvoltura tale da mostrare la soddisfazione, continuai: «Lei mi diceva parole carine ed io la smontavo lei mi parlava di futuro ed io la frenavo La cosa più stupida è che soffrivo nel dirle certe cattiverie, ma era troppo ossessiva, non volevo mica »Arrossii e mi interruppi.«Non voleva mica?»Obbligato a terminare il mio discorso, presi coraggio e con molta fatica dissi: « non volevo mica sposarmi».Valli sorrise, capì il mio imbarazzo e per mettermi a mio agio mi propose di accendere una sigaretta. Ringraziando obbedii.«Chi fece il primo passo?»«Dottore, mi delude, ormai dovrebbe saperlo».«Già quanto durò la sua "vacanza"?»«Nemmeno una settimana Le cose però erano cam- biate e non potevano più tornare le stesse o meglio ci volle parecchio tempo perché lei riprendesse fiducia in me già, perché era come se l'avessi tradita, e a dire il vero lei credeva fosse così per via del mio fare misterioso».La sigaretta stretta tra le labbra cospargeva di fumo tutta la camera; di tanto in tanto, parlando, formavo dei piccoli anelli di fumo e mi divertivo a direzionarli verso un quadro particolarmente insignificante che si trovava appeso sulla parete sovrastante la scrivania di Valli. Involontaria- mente disturbavo il professore che con un colpo di tosse o con un movimento della mano mi faceva capire che avrebbe desiderato spegnessi la cicca.«Ed era vero?»«No.Quello però fu un bel periodo il cercare di riconquistarla mi stimolava tantissimo; in pochissimo tempo, per me rinacque l'interesse. Le parti però si invertirono e purtroppo rimasero tali fino alla fine del nostro rapporto. Ora ero io troppo possessivo, troppo ossessionato da stupide ansie, insomma, troppo "malato". Però la sua reazione mi faceva sentire vivo, rendeva più positivo il nostro rapporto sì perché ora ero io a dover temere di perderla, ad avere continue paure di vederla con un altro. Lei mi amava, ed era lusingata dal mio considerarla perfetta ed unica, ma, come tutti nella sua medesima situazione, se ne approfittava, ed io, come tutti coloro che si trovano dalla parte opposta, soffrivo pur subendone il fascino. Insomma, non vi potevo rinunciare».La stanza in cui ci trovavamo era particolarmente calda, così inizialmente mi tolsi il pullover, poi chiesi a Valli di aprire la finestra: mi giustificai nascondendomi dietro la claustrofobia. Effettivamente l'aria era molto viziata e la colpa era anche delle mie sigarette.«L'anno in cui ci mettemmo assieme, Giulia ed io, ci incontravamo abitualmente in una piazza con tutti gli amici. Io alloggiavo abbastanza vicino a casa sua e il ritrovo era circa a metà strada tra le due abitazioni. L'accompagnavo quasi tutte le sere di fronte al portone e lì mi piaceva baciarla, forse attratto dal rischio di essere sorpreso dal padre. Comunque, di tanto in tanto, facevamo più tardi del solito e per evitare discussioni con mia madre, che avrebbero rischiato di compromettere l'uscita della sera seguente, mi trovavo costretto a lasciarla ad una certa distanza dal suo palazzo. Ricordo che la divisione avveniva in cima ad una scalinata, ci si trovava di fronte ad un rettilineo e lì prendevamo i lati opposti. Io stavo con le orecchie tese, ed ogni momento mi giravo per controllarla. Lei sapeva e contava sulla mia "protezione". Fa- cevo tre passi, poi mi fermavo e rimanevo a guardarla, fino a che non scom- pariva dentro ad un vicolo. Allora riprendevo a camminare ma sempre ben attento ad ogni minimo rumore. Giulia, conscia del mio comportamento, non si voltava, stava al gioco con tranquillità: io vegliavo su di lei».Da una finestra si udiva un'accesa conversazione tra due persone, ma le parole erano incomprensibili perché un'autoradio o qualche cosa di simile suonava a volume elevato una canzone per me sconosciuta.«Non avete mai parlato di questa sua fobia?»«Parecchie volte, ma la cosa non pareva preoccuparci più di tanto».«Lei però mi ha detto che Giulia la considerava come una malattia».«Una malattia piacevole, si sentiva protetta e rassicurata».Valli parve capire che avrei volentieri troncato questo scomodo discorso ed attribuì a tale motivazione la mia contraddizione.« già!»

V

Appena entrato nella saletta, non mi resi conto di cosa fosse diverso dagli altri giorni, poi capii. L'orribile quadro sopra la scrivania di Valli era stato sostituito da una stampa di un dipinto di Monet. La cornice in legno antico conteneva un cupo moletto con quattro barche in primo piano ed alcune persone in lontananza. Quel gioco di verde e tonalità scure di azzurro e marrone mi mettevano depressione. Bastarono comunque poche parole per farmi dimenticare completamente dell'esistenza del dipinto. «Una sera Maria era venuta a casa nostra con un uomo, non era suo marito, era brutto, cattivo, non mi sorrideva mai. Sapevo che sarebbero andati in camera da letto di mamma e così mi nascosi dietro l'armadio. Li vidi fare l'amore, la sentivo ansimare, e per la prima volta scoprii cosa le donne na- scondessero sotto le mutandine. Mentre si amavano, gli occhi di lui si incro- ciarono con i miei; in quell'istante la sua espressione cambiò di colpo; quel viso contento ed interessato solo al piacere divenne perplesso prima ed adirato dopo. Si alzò lasciando Maria stupita del gesto, poi mi si avvicinò e provò a schiaffeggiarmi. Io scappai, ma l'omone riuscì a prendermi e per questo, come tutti i bambini che non trovano altra via d'uscita, cominciai a piangere. Maria lo pregò di smettere e l'uomo, non soddisfatto, e sentendosi considerato meno del ragazzino che stava punendo, offendendola andò in bagno per evitare inutili scenate: bisogna considerare che erano ospiti e non padroni di casa. Mamma dormiva e non si accorse di nulla.Maria si alzò dal letto tutta nuda, si mise la vestaglia e disse: "Ne vedrai tante di donne così quando sarai grande!" Poi mi sorrise e mi abbracciò. Avevo sette anni ed incominciavo a capire per la prima volta cosa fosse il sesso. Con una mano le toccai un seno, lei sorridendo disse: "Per questa volta toccalo pure, ma che non succeda mai più".Mi tolse la mano, mi asciugò le lacrime dagli occhi e mi accompagnò in camera mia; ero ancora vestito, così mi aiutò a spogliarmi e mi mise a letto. Poco dopo sentii la porta del bagno prima aprisi, dopo chiudersi; quella notte non dormii, li ascoltai gemere fino alle prime luci dell'alba. Fu la mia prima esperienza con il sesso».Il dottor Valli sorrise e mi chiese: «Le disse mai che l'amava?»Rimasi stupito da tale domanda, non capii a cosa gli sarebbe potuto servire il sapere che un bambino avesse detto ad una donna matura che l'amava, comunque risposi: «Certo che sì!»«E lei?»«Mi disse di aspettare che Camilla crescesse, e poi di dichiararmi a lei, in tal modo avrei fatto contenti tutti e tre. Avevo circa dodici anni, e non avevo mai baciato una ragazza. Sa, a quell'età era normale, comunque le dissi anche questo, e lei mi baciò sulle labbra».«Le piacque?»«No, tutt'altro, però mi emozionai parecchio, questo lo ricordo bene.Del resto, come potrei dimenticare: fu una delle ultime cose che facemmo insieme».Valli chiese spiegazioni ed io ri- sposi nella seguente maniera: «Maria morì pochi giorni dopo».In quell'istante sentii un brivido di freddo e una goccia di sudore mi percorse la fronte.Il dottor Valli nell'ascoltare rimase stupito, questa era la prima volta che gli parlavo di tale argomento. Forse fu per questo che mi parve di capire dal suo sguardo perplesso che era curioso ed interessato di sentirmi proseguire. Non era più solo per il suo lavoro, la mia vita lo affascina- va.«Come morì? Non mi aveva detto che non era più in vita!»Mi asciugai il sudore con il fazzoletto e ripresi a raccontare.«Successe in casa mia, nel letto di mia madre. La uccise il marito, le trafisse il cuore con un pugnale e lo stesso trattamento lo riservò al suo amante. Poi scappò».«Lo vide?»«No, gli aprii la porta, poi sentendoli litigare uscii a giocare con Camilla e la figlia della megera. Il vero motivo per cui non mi trovavo in casa era Camilla: non doveva sentire i genitori litigare. Lo avevo promesso a Maria, le dissi che qualunque cosa fosse successa, io avrei sempre difeso e protetto sua figlia».Il dottore non si aspettava che la mia storia fosse così triste, era sempre stato convinto che il mio caso fosse banale, facile da risolvere, ma dopo questo racconto cambiò parere. Lo capii dal suo sguardo, non era mai stato così. Gli leggevo in volto l'apprensione e la compassione che provava per me.«Mi racconti di quando li vide».«Sentimmo le grida, così corremmo in casa e vedemmo i due corpi, l'assassino era sparito. Non lo trovarono mai. Incominciai a piangere, a gridare e lo stesso fece l'altra bambina. Ca- milla invece rimase ferma, scioccata, poi cadde a terra svenuta. La cosa più atroce fu il funerale, e anche per questo motivo che odio i cimiteri. Vede, avevo un'abitudine, ogni qualvolta Maria usciva di casa, io correvo alla porta e dopo averla salutata rimanevo a guardarla fino a quando non fosse sparita dietro agli alberi del viale. Non avrei mai pensato che, dopo averle dato l'ultimo saluto, mi sarei scoperto a guardare nello stesso modo la sua bara che usciva dalla chiesa e che scompariva dentro al carro. Ricordo bene quel momento perché mi resi conto che non avrei più rivisto quella stupenda donna; rammento che piansi e ad aumentare il mio dolore furono le persone attorno a me, a partire da coloro che, portando con fatica la bara, s'interessavano a tutt'altro. Era gente vestita di nero, ma non per lutto: era solo per lavoro se, prima di caricarsi quel peso, si erano più volte segnati. Vede, a nessuno importava realmente della morte di Maria, ne sono sicuro; sentivo la gente parlare di quanto fossero tristi i vestiti neri, magari di altri deceduti o peggio ancora, delle esperienze extraconiugali della defunta. È realmente orribile rendersi conto di quanto possa essere atrocemente cinica e crudele la gente!»«Mi parli delle due bambine».«Guardi, al funerale proprio non ricordo. Ero troppo infelice e sinceramente non rammento neppure se Camilla fosse venuta, forse giusto, c'era, sì, sono sicuro, perché la vidi abbracciata a mia madre, ma »«Sì ma »Valli mi interruppe, poi mi guardò perplesso, come se al mio precedente discorso fosse mancata la conclusione.«Cosa accadde alla piccola dopo? Sì, insomma, dopo aver superato quel terribile momento».Mi passai una mano tra i capelli, pareva mi stessi grattando la testa, proprio come in quei momenti in cui si dimentica ciò che si vorrebbe dire. Ci fu un attimo di pausa, poi ripresi il filo del discorso e dissi: «Camilla rimase a vivere da noi. Mamma mi diceva di trattarla come una sorella, ma io non vi riuscivo. Mi ricordava Maria, prima non me ne ero mai accorto, dopo però Parlavano nello stesso modo, mi guardava con gli stessi occhi; in poche parole, Maria era sì morta, ma per me viveva ancora in Camilla.A tredici anni mamma ci portò al mare, proprio dove abito adesso. Camilla aveva nove, dieci anni. Era piccola ma i seni cominciavano già a farsi vedere. Per metterci in costume, mamma ci faceva entrare insieme in una cabinetta e lì, di schiena uno all'altra, ci spogliavamo. Lei mi chiedeva di non guardarla, ma io lo facevo lo stesso. Cinque anni dopo nella stessa cabina facemmo per la prima volta l'amore». Estrassi il pacchetto di sigarette dalla tasca e guardai il dottore come per chiedergli: «Posso?» Fece cenno di sì, poi mi chiese: «E adesso, Camilla dov'è?»«Non so. Partì da casa che aveva appena compiuto diciotto anni. Mi scrisse alcune cartoline, poi non seppi più nulla di lei».«Mi spieghi un po' la vostra relazione, come incominciò?»«Scusi, ma cosa le interessa?»«Se le va di parlarne può farlo, altrimenti, non la obbliga nessuno a venire qua».Chiesi scusa e continuai a raccontare. «Un pomeriggio, avevo compiuto gli anni da poco forse quindici, beh co- munque mi avvicinai a lei e le chiesi un bacio come regalo di compleanno e lo ricevetti. Poi come tutti gli adolescenti la mia fu una continua richiesta di quella che chiamavo "prova d'amore", e, come le ho già detto, dopo una lunga attesa ebbi ciò che volevo. Il triste è che fino al giorno prima di farlo, io l'amavo veramente, poi da quando entrammo in quella cabina il mio interesse per lei diminuì sempre di più, fino al giorno che le chiesi di sposarmi. Sembrerà strano ma io pensavo che, sposandola, sarei tornato ad amarla; comunque il problema si risolse quando lei se ne andò di casa. Divertente vero? Non mi guardi così, ero solo un ragazzino, certe idee vengono a quell'età». «Lei però non mi ha mai parlato di quell'altra ragazza, la figlia della megera, come la chiama lei. Mi dica un po' anche di giusto come si chiamava?»Fissai il muro con noncuranza ma ero visibilmente preoccupato: cercai di evitare il contatto con gli occhi di Valli e capii che il colore delle mie guance era diventato rosso fuoco. Ci fu una breve pausa nella quale io, non sapendo come comportarmi, finsi indifferenza e poggiai la sigaretta nel posacenere: fu l'unico gesto che riuscii a compiere per sbloccare la situazione. Incominciai a sentirmi come privato della mia libertà di scegliere i discorsi che più mi parevano opportuni, poi ripresi coraggio e spostai lo sguardo verso Valli. «Già, il fatto è che non mi ricordo nemmeno più il suo nome».In quell'istante cambiai espressione come se qualcosa mi stesse turbando.«Ha qualche problema?»Valli aveva percepito un problema del quale non sapeva l'origine, così, visibilmente perplesso, chiese chiarimenti. Io tergiversando risposi: «No, no non si preoccupi, è solo che incomincio ad avere caldo e a sentirmi soffocare. Posso accendere un'altra sigaretta?»Lo psicanalista sorrise ed indicò il "fermacarte", dove era poggiata una sigaretta fumata solo per metà. La presi, ne assaporai il tabacco e ricominciai a parlare: «Di quella ragazza non ricordo quasi nulla già e chissà che fine avrà fatto! Ma forse sì, è possibile che ora sono sicuro, sparì dopo la morte della madre».Valli annotò sul solito taccuino: ormai avevo capito come funzionavano le cose; se la mia confessione meritava meditazione, o era particolarmente interessante o utile, l'annotazione avveniva prima sul blocco e poi, come sempre, sul calcolatore. Era questo un trucco dell'analista per sottolineare gli argomenti che avrebbe dovuto rivedere, sui quali desiderava più chiarimenti.«Anche lei morì in quel periodo?»«Non ricordo bene di cosa, forse di un tumore maligno, comunque la risposta è affermativa: morì dopo alcuni mesi».Guardai il mio psicanalista, poi l'orologio e dissi: «Mi pare che l'ora sia quasi finita, ed è arrivato il momento per me di andare. Le giuro, non ne posso proprio più di stare qua, fa troppo caldo ed io ho bisogno di aria».Valli capì che la mia "claustrofobia" era dovuta alle sue domande e così decise di lasciarmi andare licenziandomi con la solita affermazione sul fatto che, per comprendere il mio problema, nasceva la necessità di trattare anche argomenti imbarazzanti.Mancavano ancora cinque minuti, e per la prima volta Valli mi aveva messo realmente a disagio. Parlare di Giulia, Maria o Camilla mi sfogava, m'infastidiva ma, dopo aver raccontato, mi sentivo un po' meglio; le ultime domande però non mi erano piaciute, quel periodo di vita era un discorso che non avrei mai voluto nemmeno af- frontare.

VI

Mentre tornavo a casa come sempre in Vespa, ad un semaforo rosso la mia attenzione si soffermò su un cartellone pubblicitario. Questo raffigurava una splendida ragazza completamente nuda ma astutamente coperta dai lunghi e biondi capelli e da una pianta maliziosamente posizionatale di fronte. La vistosa modella recitava la parte del prototipo di donna moderna: lavoratrice affaticata che tornando a casa dal lavoro, prima di svolgere le faccende domestiche, si concede una rilassante doccia. Alla brillante trovata pubblicitaria bisogna aggiungere le considerevoli dimensioni del cartellone e la lunare bellezza della ragazza che, puntualmente nuda, stimolava la curiosità dei passanti.A sfigurare era invece lo slogan: una banale frase a caratteri cubitali in sfumature di rosso reclamizzava un detergente intimo del quale ricordavo solo le lamentele di Giulia relative al prezzo. Involontariamente mi ritrovai a pensare alla sua notevole figura e con- seguentemente al nostro incontro. La conobbi al mare, l'estate dopo che Camilla partì. Io non avevo amici, non conoscevo quasi nessuno, l'unica mia compagnia era Camilla; passavamo le giornate da soli a prendere il sole, a fare il bagno; c'eravamo solo noi, il resto non ci interessava, poi lei se ne andò. Al dottor Valli avevo mentito, io le chiesi di sposarmi perché era tutto ciò che io desiderassi; quando mi disse di no io mi sentii perso e il dolore durò fino a quando Giulia entrò a far parte della mia vita. Prima di conoscerla passavo le mie giornate solitario, fumando seduto all'ombra. Fu allora infatti che presi il vizio. Vidi un tabacchino, fui attirato dal misterioso e rischioso piacere della nicotina; comprai un pacchetto e da allora il tabacco diventò il principale elemento della mia debolezza; provai più volte a smettere, ma non riuscii mai nel mio intento. Un giorno, sulla spiaggia, vidi una ragazza fare la doccia, era molto carina e sembrava essere particolarmente timida; lo capii quando un bulletto della sua compagnia le nascose i vestiti. Finita la doccia ella entrò nella propria cabina, si tolse il costume e chiese ad un'amica di stenderglielo al sole. Così avvenne. Io non prestai particolare attenzione al fatto; ciò che invece mi incuriosì furono le grida della ragazza quando si accorse che le erano stati rubati i vestiti. I suoi compagni erano ormai lontani, l'amica a cui aveva chiesto aiuto e della quale continuava a pronunciare affannosamente il nome era in riva al mare. L'unico a sorbirsi il suo sfogo ero io.«Scusa per favore, aiutami, uno stu- pido mi ha rubato i vestiti, ed io non posso uscire dalla cabina».A parlare era proprio Giulia che, per farsi vedere, aveva lasciato la porta dello spogliatoio aperta quel tanto per permettermi di osservare il suo volto.«Cosa posso fare per te?»Cercando di guardarle solo il viso per quel po' di pudore che mi impediva di spiare un po' più in giù, dove avrei si- curamente visto il suo seno le dissi: «Se posso esserti utile, lo faccio ben volentieri!»Sorrise ringraziandomi.«Corri in riva al mare a chiamare quella mia amica che era prima con me. Ti prego, soffro un po' di claustrofobia, ma mi vergogno troppo per uscire».Io purtroppo non ricordavo il volto della ragazza alla quale sarei dovuto andare a chiedere aiuto, così le proposi: «Se vuoi ti posso prestare una maglietta ed un paio di boxer, poi me li ridarai; se attendi un attimo vado a prenderli».Accettò e ringraziò nuovamente. Così corsi verso la mia cabina; arrivato a destinazione scelsi con cura la maglietta ed il costume più belli e glieli portai. Poco dopo uscì, e ringraziandomi per la terza volta mi promise: «Domani ti ridò tutto, ci vediamo qui, va bene?»E corse via. Aveva un discreto corpo, poi con i miei vestiti era teneramente buffa. Rimasi lì a pensare a lei per una buona mezz'ora, poi me ne scordai. Il giorno dopo non la vidi, andai alla spiaggia ma non la trovai. Venne invece una sua amica che dopo avermi ridato i vestiti, forse un po' per compassione, mi chiese se avessi voluto entrare a far parte della loro compagnia. Mi disse che mi vedeva sempre tutto solo e che le sembravo simpatico. Accettai, pensai che quello sarebbe stato il modo più facile per dimenticare Camilla. Così la seguii ed andai in spiaggia. Inizialmente mi guardavano tutti male, poi, dopo le prime impressioni, feci amicizia. Giulia però non c'era, chiesi dov'ella fosse e mi fu spiegato che era andata per una settimana in gita con i suoi genitori. Pochi giorni dopo mi fu riferito che per un incidente d'auto la sua famiglia era dovuta tornare in città e che di conseguenza non l'avremmo più vista se non l'anno dopo. Intanto le amicizie si rafforzarono sempre più, e quando mi resi conto di essere finalmente entrato a far parte di una compagnia, era per me arrivato il momento di tornare a casa. Per tutto l'inverno mi arrivarono diverse lettere tra cui una di Giulia; era chiusa in una bustina dentro quella della sua amica. La stringevo forte tra le mani e, pur sapendola a memoria, continuavo a leggerla e a rileggerla, soprattutto dove mi diceva di essere rimasta stregata dalla mia gentilezza e da quel mio fare misterioso. Poi saltavo sempre una decina di righe nelle quali mi parlava di come odiava la scuola e le giornate in città, per arrivare al punto in cui mi diceva che le sarebbe piaciuto approfondire l'amicizia; non curando il resto giungevo infine a quel "baci Giulia" con i cuoricini sulle i. Le prime volte annusavo quel foglio per coglierne il profumo, ma ormai erano passati diversi anni e il dolce aroma era completamente sparito. Del resto per troppe volte mi ero nutrito di quell'euforica essenza, tanto che, pur non esistendo più, il ricordo mi permetteva di respirarla; pareva quasi che il mio naso la percepisse ugualmente in realtà era semplice apparenza, non era odore ma solo una delle mie tante sensazioni.La vita di tutti è legata a sensazioni, possono essere più o meno belle, più o meno importanti perché non sei tu a decidere, sono loro stesse che riaffiorano quando meno te l'aspetti. Certo un ricordo può aiutarle ad affluire ed io, che a quei tempi vivevo solo di sogni, come la maggior parte dei ragazzi di quell'età, facevo il possibile per sti- molarle. Mi spiego meglio, se da sole non riuscivano a procurarmi certe emozioni, io mi impegnavo per raggiungere ciò che volevo ottenere: ricordo che in quell'anno fatto d'attese e di "ricercate" sofferenze, mi chiudevo in camera al buio, leggendo appositamente libri d'amore con finali tristi, solo per stare male, per piangere. Un giorno, mi capitò di vedere al cinema uno di quei vecchi film americani: la classica storia d'amore tendenzialmente co- mica e a lieto fine. Non rammento né il titolo né la storia, ma vedo ancora la protagonista intenta a tagliare una cipolla questo era il suo metodo per piangere quando le lacrime non sgorgavano spontanee; le riusciva, eccome se le riusciva! Così provai pure io; pensai che effettivamente le cipolle, procurando bruciore agli occhi, mi avrebbero fatto lacrimare: "Una lacrima tira l'altra e il gioco è fatto". Non ottenni alcun risultato. Ero solo un ragazzotto con troppi sogni e poche esperienze felici; fu per questo motivo che quell'anno, pur essendo monotono e poco piacevole, può essere considerato molto importante per la mia vita. Fu una lunga ed estenuante attesa e, fortunatamente, la fine non deluse le mie aspettative. Il primo giorno non riuscii neppure ad aprir bocca, mi sentivo nuovamente un estraneo; il mio comportamento era quasi completamente dovuto alla presenza di Giulia; il secondo però le cose tornarono come l'anno precedente, e in meno di una settimana riuscii a farmi amare da Giulia.Era un sabato e sulla spiaggia c'era una festa, c'era chi cantava con la chitarra attorno al fuoco, chi ballava e chi faceva l'amore dietro le barche in riva alla spiaggia. Giulia ed io parlavamo e basta, ma a me andava bene. A mez- zanotte tutti si svestirono e fecero il bagno nudi. Giulia era troppo timida per spogliarsi, così rimanemmo accanto al fuoco da soli, al chiaro di luna, fissandoci senza parlare. Alcuni istanti dopo ella avvicinò il suo viso delicato, mi porse le labbra e ci baciammo. Quando gli altri tornarono, lei si allontanò da me e, prendendo sotto braccio la sua migliore amica, le bisbigliò qualche cosa all'orecchio. Le due mi guardarono sorridendo e proseguirono i loro discorsi privatamente. Quanto adoravo quel gesto così infantile! Oltre a tutto inizialmente quella situazione era perfetta, mentre lei raccontava delle nostre esperienze alla confidente, io avevo tutto il tempo per divertirmi con gli amici. Dopo Camilla ero riuscito a creare una netta distinzione tra ciò che volevo e ciò che poi realmente facevo In pratica frenavo il mio impulso possessivo nascondendomi sotto una iniziale noncuranza: permettendole di scherzare con altri ragazzi, ottenevo una libertà fondamentale per il nostro rapporto, ma che ahimé, io vedevo come un ostacolo. Così quella forzata separazione tra Giulia e gli amici si trasformò in un rapporto a due, dove gli unici protagonisti eravamo lei ed io. Gli scherzi pian piano sparirono e con loro tutto quello che non era "Giulia", ma questa è un'altra storia. Mi addormentai come sempre dopo una lunga serie di tentativi, alcune camomille e un paio di calmanti. La sera prima di una seduta era sempre uguale, sembrava quasi volessi prepararmi le parti di storia che avrei raccontato al dottor Valli il giorno dopo. «Un pomeriggio parlammo un po' di noi, mi raccontò della morte di sua madre, disse che fu molto dolorosa soprattutto perché suo padre si risposò subito. Lei aveva solo dieci anni quando accadde, ma sapeva che il genitore aveva una storia con una donna in un'altra città».«Quindi questa donna conosceva già Giulia?»Rimasi un po' perplesso, ultimamente il dottore mi stava rivolgendo troppe domande che a me parevano prive di senso e che mi imbarazzavano particolarmente.«Scusi, ma proprio non ricordo, e poi cosa le interessa?»Non rispose e fece cenno di continuare.«La madre di Giulia morì di un tumore al seno. Lei era realmente terrorizzata all'idea di rimanere affetta da quel terribile male. Ricordo infatti che le prime volte che uscivamo assieme ed io provavo a toccarla, giustificavo con la timidezza il suo gesto di togliermi le mani, più avanti le chiesi il motivo e mi fu detto. Alcuni giorni prima di venire a conoscenza della malattia della madre, vide i genitori fare l'amore e di conseguenza attribuì involontariamente all'atto del padre di toccare il seno della compagna il triste avvenimento. Comunque, tornando al discorso relativo all'infanzia di Giulia, la piccola cambiò città ed andò a vivere a Milano a casa della matrigna. Alcuni anni dopo, sei o sette, io mi trasferii qui e le chiesi di convivere con me. Accettò e rimanemmo assieme per cinque anni, fino a sei mesi fa».Sulla strada del ritorno vidi Giulia, mi sentii il cuore in gola, la spiai per un po', era sola, o almeno così mi parve. Era sempre splendida e vestita elegantemente. La vidi entrare in un supermercato, così posteggiai la Vespa ed entrai nel medesimo luogo. La vedevo così bella mentre spingeva il carrello e di tanto in tanto prendeva dei prodotti. Trovai il coraggio di avvicinarmi e di attac- care discorso. Due baci discreti, poche parole, le solite frasi del tipo: «Come stai? Ti trovo bene». Poi le chiesi se avesse voluto un caffè e la invitai al bar accanto. Accettò.Ci sedemmo ad un tavolino sulla terrazza ed ordinammo due caffè.«Ti vedo un po' ingrassato».«É perché ho smesso di fumare».Mi guardò un po' incredula e fissandomi con i suoi occhioni disse: «Ci sei riuscito finalmente!»Presi il pacchetto dalla tasca ne estrassi una e l'accesi. «No, non è vero! È solo che da quando sei andata via nessuno cucina più a casa mia e così vado avanti mangiando porcherie». Poi la fissai amorevolmente e con estrema curiosità le chiesi: «Non hai nessuna storia?»Imbarazzata si guardò attorno, poi, scosse la testa. «No, e tu?»«Neppure io!»In quell'istante arrivarono i due caffè. Spensi la cicca presi il mio e lo sorseggiai lentamente. La fissavo, come sempre aveva un modo strano di bere le bevande calde: avvicinava la tazzina alle labbra poi, invece di ingoiare il caffè, soffiava e, sentendolo ancora troppo caldo, riap- poggiava la tazza sul piattino. Subito dopo prendeva il cucchiaino, mescolava delicatamente e finalmente beveva.«Mi manchi sai!»Appoggiò i gomiti sul tavolo e, reggendosi il mento con i pugni, spalancò gli occhioni fissando le mie pupille. «Anche tu, ma sai bene perché me ne sono andata!»Mentre parlava, giochicchiava con il cucchiaino, poi di tanto in tanto metteva le mani nella borsetta e cercava qualche cosa, ma non trovandola, riprendeva a manipolare il cucchiaino.Presi coraggio.«Non potremmo riprovare?»Mi lanciò uno sguardo molto dolce ma severo, poi mi prese la mano e disse: «Io vorrei, lo giuro, ma non posso, mi hai fatto soffrire troppo, non voglio che accada più. Quella storia era diventata per te più importante di me, di noi, di tutto; io non potevo e non posso competere con lei». In quell'istante mi tornò alla mente l'ultima cosa che mi disse e così un po' ironicamente ripresi il discorso.«Ci sono andato in cura, ora sto guarendo».Mi strinse la mano, poi mi fece capire che ciò non cambiava nulla.«Scusa ma devo proprio andare. Se mi vuoi ancora bene come dici, per favore, dimenticati di me; non cercare più di rintracciarmi. Sarà meglio per entrambi, ci aiuterà a dimenticare».Io non avevo mai provato a rintracciarla e, il sapere che lei pensasse ciò, mi infastidì, così le dissi: «Giuro, è stato un caso, ti ho vista e non ho potuto resistere la città non è poi così grande».Mi fece capire che mi credeva ma che questo non avrebbe cambiato la difficile situazione, così si alzò, ringraziò per il caffè e disse: «Ti prego, non mi fermare più, se riaccadesse, se ci dovessimo rivedere, beh fai come se niente fosse. Fallo in nome di ciò che è rimasto della nostra relazione».E singhiozzando se ne andò. La guardai allontanarsi ed invidiai il tempo in cui quella creatura per me così perfetta era mia.Mi resi conto che non avrei più avuto molte occasioni per vederla, così la spiai mentre attraversava la strada, mi nutrii della sua bellissima immagine che pian piano diventava sempre più piccola. Un po' di commozione, poi la persi: la sua figura si era dissolta dietro un caseggiato; accesi una sigaretta e pensai: «Addio mia piccola Giulia, sarai sempre stupenda, già, perfetta come le volte che, seduta accanto a me, ti stringevi e mi dicevi: "Ho freddo!" O come nei momenti in cui ridevi mentre io, innamorato, ti accarezzavo delicatamente la pancia; meravigliosa più di quando mi chiedevi scusa con quella tua voce particolare, ma scusa di cosa? Piaceva anche a me stare accoccolato in riva al mare, anche con le onde che ci ba- gnavano. Già, rimarrai perfetta soprattutto grazie ad adesso che, piangendo, stai scappando da me. Forse riuscirai a sistemarti nella vita, anzi dopo questa decisione sono sicuro che ci riuscirai, ma purtroppo non con me».Rimasi ancora per un po' fissando il segno del rossetto sulla sua tazzina di caffè, poi pagai il conto e tornai a casa.Tutto attorno a me sembrava fermo, immobile. Il caotico rumore della città forzatamente mi spingeva a proseguire la breve distanza che mi divideva da casa. Poi giunto di fronte al portone, cambiai direzione e senza meta proseguii il cammino. Vidi un bar e, insistendo con il padrone, riuscii a farmi vendere un'intera bottiglia di whisky che diventò la mia unica compagna. Passai accanto ad un locale notturno, e qui vidi una lunga coda di ragazzi che aspettavano di entrare. Sentivo il buttafuori ripetere frasi del tipo: "Senza camicia non si entra ma dove vai con quel foulard al collo ehi tu, le scarpe da ginnastica? Ma dove credi di entrare? Fate un passo indietro, giù dalla pedana, non spingete ora dovete aspettare, c'è la SIAE dentro ed il locale è pieno".Poi vedevo entrare ragazzi mal vestiti che, per via delle numerose conoscenze, saltavano la coda.«La vedo sa? Lei li guarda con compas- sione!»A parlare era un vecchio signore vestito di stracci che, con un bottiglione di vino sotto braccio, mi osservava curioso.Le labbra nascoste dalla folta barba grigia cominciarono a muoversi.«Anche a me fanno pena sono solo degli infelici a cui il mondo insegna ad essere allegri. Pagano fior di quattrini per entrare e poi dentro, mah chissà cosa fanno!»Lo ascoltavo cercando di non respirare lo sgradevole odore che emanava. «Li guardi ora, tanta speranza e null'altro. Tutta finzione li guardi sono vestiti tutti uguali, sembrano fratelli ora poi quando sono dentro si picchiano per una spinta o per una ragazza. Stia qua fino all'alba e li osservi uscire ubriachi, se non fatti sono in grado di trovare felicità solo attraverso la droga ma è un piacere chimico, null'altro che un piacere chimico».L'alito cospargeva l'aria di uno sgradevole odore di vino e le goccioline rosse scendevano dalla sporca barba mentre il vecchio, non curante, ingoiò una sorsata di vino. «Io sono uno straccione, un ubriacone, ma da giovane sognavo, vivevo la mia vita cercando di essere felice, non stupidamente allegro Io soffro per loro, ormai la mia vita è segnata, finita non lavoro né lo farò mai più, ma sono vecchio, mi accontento di poco. Mi restano più pochi giorni, ma loro hanno tutta la vita davanti chissà cosa ne faranno?»Il grosso buttafuori ci vide e mostrandoci la sua possenza fisica gridò: «Andate via schifosi barboni se non filate vi faccio vedere io!»Inizialmente non ci muovemmo, poi l'omone si avvicinò così la paura ci spinse a scappare.Il buttafuori, dopo averci visto correre, si rivolse verso un ragazzotto e disse: «Questi vagabondi, non fanno altro che bere, non lavorano e non lasciano lavorare mi fanno scappare i clienti».Mentre percorrevo la strada insieme al mio compagno (il quale continuava a bestemmiare per l'accaduto) pensai di offrirgli una cena, dargli dei soldi, ma non trovai il coraggio di far nulla né di pronunziare parola. Camminammo silenziosamente fino al momento in cui giungemmo alla stazione.«Questa è casa mia! Piacere di averla conosciuta!»E mentre parlava era già distante da me. Lo vidi sdraiarsi su di una panchina e provare a dormire.

VII

Una sera, erano circa le otto, mi trovavo in centro città per non so quale motivo. Comminavo distrattamente come al solito dirigendomi verso la Vespa. Ad un tratto mi parve di intravedere fra tanti volti indifferenti un viso conosciuto: si trattava di Valli. Camminava poco distante da me, ma pareva aver fretta, così non ebbi modo di salutarlo. Di quella persona sapevo molto poco, infatti fui stupito nel vederlo così misteriosamente pensieroso. Portava un impermeabile sicuramente molto costoso e sotto braccio teneva un pacco incartato. Ipotizzai stesse andando da una donna, magari portandole un dono; la scatola era parecchio grossa, tanto da poter contenere un capo di abbigliamento, magari un vestito da sera. Pensai: "Con tutti i soldi che gli dò, si può permettere qualsiasi cosa!" Valli era un bell'uomo sui cinquanta dai capelli brizzolati e dagli occhi blu. Portava un paio d'occhiali molto discreto che lo rendeva assai affascinante. Era una persona molto precisa, curava particolarmente il proprio aspetto, e come ho già detto si poteva permettere di indossare costosi vestiti di marca. Non portava né barba né baffi, e non vi era mai giorno che non fosse perfettamente rasato e ben profumato. Portava la vera al dito, però io avevo sempre immaginato fosse divorziato, non so perché, ma ne ero convinto. Una forte curiosità mi spinse a seguirlo e ben presto mi ritrovai di fronte un'enorme e sfarzosa villa, davanti alla quale si trovava uno spaziosissimo giardino sul quale vi erano diverse persone. Pareva essere una casa di cura od un ospizio. Rimasi nascosto a guardare e vidi Valli dirigersi verso un dottore. Gli strinse la mano e cominciò a parlare. La discussione avvenne all'ingresso del giardino. Dalle espressioni di entrambi mi parve di capire che ci fosse qualche problema; chiacchierarono alcuni minuti poi il dottore gli indicò una persona. Valli molto educatamente salutò e si diresse verso il luogo indicato. La sua espressione si riempì di gioia nel vedere un ragazzo avvicinarsi a lui. I due sembrarono abbracciarsi, ma fu un attimo, il ragazzo incominciò a gridare, mi parve di capire una frase del tipo: "Non farti più vedere qua".Poi vidi Valli porgergli il regalo e questi, prenderlo e gettarlo in terra sempre gridando: «Tu non sei più nessuno per me!» e ancora: «Io sono morto per te!»Vidi lo psicanalista affranto voltarsi ed uscire da quel parco; mi sentii un idiota, con quale diritto avevo seguito un estraneo. Rimasi sconvolto più dal mio comportamento che dall'avere appreso che Valli avesse un figlio drogato.Così decisi di andare via, ma in quell'istante la mia attenzione cadde sul ragazzo, lo vidi chinarsi e raccogliere il pacco. Poi lo strinse a sé e lo aprì piangendo. Capii così che era arrivato il momento di tornare a casa, ma voltandomi vidi Valli fermo, seduto su una panchina accanto ad un'utilitaria rossa.Era pallido, distratto, sicuramente pensieroso; pareva aspettare una persona, anche perché erano più di dieci minuti che si trovava lì.Mi sarebbe piaciuto andare a parlagli ma, obiettiva- mente, il mio comportamento era stato ineducato e non avrei potuto trovare giustificazioni plausibili né scuse per cominciare il discorso.Rimasi alcuni istanti ancora a fissarlo, poi mi decisi ad andare, ma in quell'istante gli si avvicinò una bellissima donna. Era alta, bionda, portava un cappotto blu ed un cappellino molto elegante. Calzava scarpe con tacchi non troppo alti che accentuavano la bellezza delle gambe.La donna gli si avvicinò, poi lo strinse a sé accarezzandolo delicatamente, quasi lo stesse consolando. Fu un abbraccio sentitissimo, molto intenso; in quell'istante dimenticai tutto, in me nacque un fortissimo sentimento di invidia nei confronti di quelle due persone. Avevano molto probabilmente dei problemi, ma erano legati da un amore "superiore", un sentimento indistruttibile ora ne ero sicuro, non vi sarebbe potuto essere bacio o discorso o qualsiasi altro tipo di manifestazione d'affetto, che avrebbe potuto reggere il confronto con quell'abbraccio.Alcune ore dopo mi trovavo sdraiato sul mio letto e mi chiedevo come potesse una persona all'apparenza così spensierata, condurre un lavoro del genere avendo tali problemi. Provai molta stima nei suoi confronti, soprattutto perché fino al giorno prima mi era sempre sembrato così perfetto, così orridamente insensibile; invece anche lui aveva, come tutti, i suoi problemi, ma nonostante tutto trovava il tempo per risolvere anche quelli degli altri. La notte sognai Giulia, la sognai nuovamente mia. La vedevo abbracciarmi con quella stessa intensità con cui la moglie di Valli abbracciava il proprio compagno. Poco dopo la vedevo nuda sul mio letto, la sentivo gemere di passione mentre la toccavo, la osservavo e gioivo nel guardare i suoi occhi socchiusi rivolti verso il mio volto. Percepivo il suo amore, la sua figura pareva sovrapporsi alla mia tanto che rabbrividii di piacere quando sentii il suo alito caldo ansimarmi sul collo.Tutto ad un tratto: «Non fermarmi più. Noi due non dobbiamo più vederci mai più te ne prego, fallo in nome di ciò che è rimasto del nostro amore».Un grido, la disperazione mi assalì, ero assolutamente solo io, il nulla e nuovamente io Mi alzai di scatto e, aprendo gli occhi, cercai di vedere qualche cosa che mi convincesse del fatto che la realtà fosse differente, che la vita meritasse di essere vissuta, ma, ben limpida, si presentò di fronte a me la figura di Giulia. Sentii la testa pesante, asfissiata dalle pressanti martellate del battito cardiaco e soffocata dall'assiduità del mio affannoso respiro.Il pomeriggio dopo andai dal dottor Valli, ma non gli parlai di suo figlio, come avrei potuto del resto? Dentro di me sentivo solo una gran voglia di Giulia, tutto il resto era dimenticato non riuscivo a pensare ad altro, ben nitida, la sua figura aveva preso il sopravvento e così decisi di raccontare della prima volta che ci amammo.«Gliel'ho detto, l'avevo già fatto con Camilla ma non era stato bello, non l'amavo veramente. Con Giulia invece fu proprio come se fossi tornato vergine; intendo dire che prima non avevo mai amato, si era trattato di puro e semplice sesso. Tra noi c'era una forte attrazione, ma non era sentimento, solo passione. Fu orribile e poi dicono che la poeticità della prima volta è indimenticabile. Si immagini il luogo, una cabina non fu lì che però portammo a termine la nostra fatica. Nell'unico momento di lucidità realizzai lo squallore del luogo, così, ci fermammo e, più avanti, la portai nella camera d'albergo di un conoscente. Dovetti insistere molto per avere quelle chiavi, ma più difficile fu ottenere il permesso di usufruirne da parte di Camilla. Fatica ricompensata».È strano come d'un tratto la figura di Giulia fu sovrastata dal ricordo di Camilla. Spesso mi capitava di considerarle un'unica persona, quelle due donne insieme erano tutta la mia vita. Così, mentre dalle mie labbra sgorgavano parole sensate, ma per me insignificanti, dentro di me riaffiorò quella particolare esperienza di sesso e amore tanto triste all'inizio, ma così bella nel finale. Nella cabina il toccarci ci aveva portati ad un livello tale d'eccitazione che ci costrinse a compiere quel gesto così "infelice". Lei senti dolore, o, almeno, le parve di provarne; io mi ritrassi subito e le chiesi scusa. Il tabù del sesso aveva un aiuto in più la paura di quel dolore le impedì per un paio di settimane di concedermi anche solo di toccarla. Quando si decise, fu perché il mio conoscente sarebbe partito il giorno seguente; né lei né io potemmo rinunciare a tale opportunità. Il mio insistere sommato alla sua curiosità, superiore ancor più della paura per il "misterioso" dolore, ci portarono in quella stanza. Era mattina presto.Ci trovammo così uno di fronte all'atra sopra due letti singoli riuniti per l'occorrenza. Per prima cosa mi spogliai tanto da rimanere solo in boxer, poi cominciai a baciarla e le tolsi prima la camicetta e poi i pantaloni.Per un'oretta ci toccammo, ma l'ansia e la paura ci impediva quella naturalezza delle precedenti volte; oltre a tutto io temevo di farle nuovamente male e così non mi decidevo a fare la prima mossa.Il suo bel corpo si presentava davanti ai miei occhi vestito di niente, dal momento che lentamente le avevo sfilato le mutandine. La osservai alcuni istanti, poi non so come, trovai il coraggio e ci amammo. La stanza era buia, ma dalle persiane filtravano i raggi di sole e il vociferare dei bagnanti che si apprestavano ad andare in spiaggia. Il caldo e la fatica mi facevano sudare, ma io non provavo alcuna emozione; la vedevo di fronte a me nuda, bellissima, la sentivo eccitata, carica di piacere, ma non potevo condividere con lei quel fantastico momento. Durò poco tempo ma a me parve un'eternità. Ricordo che in quei pochi istanti balenarono in me i pensieri più assurdi paure del tipo: non la sto soddisfacendo, ma poi la sentivo gemere finge, ma poi mi guardava e baciava in modo tale da farmi ricredere Perché non provo niente? Che sia omosessuale? Impotente? Tra le mie stupide domande ed i suoi baci arrivò il momento in cui mormorò delicatamente: " basta ti prego sono stanca non ho dormito questa notte pensando ad oggi e vorrei riposare "Aveva un'espressione così estasiata, così soddisfatta che non potei dir nulla la baciai.La mia stanchezza era maggiore ancora della sua, la notte in bianco per l'attesa del giorno successivo si andava a sommare a quella estrema fatica non ricompensata da alcun piacere.Ci coricammo nudi l'uno accanto all'altra: eravamo abbracciati e un po' per i miei pensieri, un po' per l'ansia e per le preoccupazioni, non riuscii ad addormentarmi. La vedevo accanto a me con gli occhi chiusi e il viso preciso; ne percepivo la tranquillità, la gioia del momento e del piacere provato. La osservavo e fiero mi rendevo conto che quella creatura così bella era stata mia. Il braccio che la stringeva cominciò a procurarmi dolore, prima un formicolio, poi una fitta intensa non lo spostai, non volevo e non potevo svegliarla così moderai il respiro per non interrompere il suo splendido e meritato riposo fino a che non mi addormentai.Fui il primo a svegliarmi, era circa mezzogiorno; la scomoda posizione mi aveva procurato dei forti dolori che rimasero per alcuni giorni a seguire, ma nonostante ciò mi sentivo allegro, coinvolto in qualche cosa di fantastico, per me fino ad allora sconosciuto. La guardai nuovamente, ma questa volta ero più tranquillo, il desiderio di lei era fortissimo: ripossederla era l'unica ragione di vita per me in quel momento. C'è da precisare, però, che avevo paura del fatto che il sesso po- tesse ostacolare il nostro rapporto. Ci fu quindi una titubanza iniziale che mi permise al massimo di arrotolarle i capelli. Mi ricambiò con alcune carezze sulla schiena la scoprii soddisfatta e la titubanza lasciò posto alla passione. Le toccai delicatamente il viso e teneramente la guardai "Sei splendida!" avrei voluto dirle, ma il silenzio della mia voce non fu sincero quanto i miei occhi, quanto le mie carezze. Con uno scatto mi afferrò il collo, poi portò i nostri volti ad unirsi e ci baciammo. Avevamo fatto l'amore ma l'emozione più bella fu il risveglio fu una miscela di complicità, di passione, di sesso, ma soprattutto d'amore, per quanto io sia convinto che di ciò non si trattasse. Ricongiungemmo i nostri corpi e lì cominciai a sentire il contatto, a provare piacere non esistevano più paure, più ansie eravamo solo noi, io dentro di lei «Siete ancora lì?»Bruscamente ci interruppe il mio amico.Lei si staccò da me e si rivestì al più presto Le volte a seguire non riuscirono mai a regalarmi ciò che mi stava dando quel momento.«Lo facemmo parecchie altre volte, ma non riuscimmo a conoscerci bene non trovammo mai quell'affinità che permette a due amanti di rendere il sesso amore.Con Giulia invece fu tutt'altra cosa. Lei era molto pudica, timida, era già impresa abbastanza ardua per me quella di baciarla di fronte agli amici, quindi si può im- maginare la risposta che ricevetti quando le chiesi di dimostrarmi il suo amore. Dovettero passare sei mesi prima che mi si concedesse. In realtà io la desideravo ardentemente, ma la paura di perderla frenava i miei impulsi. Andammo avanti per alcuni mesi aspettando che lei prendesse la sua decisione. In fondo, a quei tempi, pur di starle accanto avrei aspettato più d'un anno; comunque una sera accadde che mi invitò a casa sua, sa com'è, abitavamo in città differenti ed io ogni fine settimana prendevo il treno per andare da lei Se ricordo bene lei però non venne mai a casa mia già, ora che ci penso Cosa le stavo dicendo? Ah sì, una sera suo padre era andato in campagna con sua moglie, così Giulia mi invitò a dormire da lei. Inizialmente ci baciammo un po', poi iniziai a toccarla e »Valli, lanciandomi un'occhiata molto esplicita, mi fece chiaramente capire che i particolari erotici della mia storia non gli interessavano più di tanto, poi si pronunciò.«Capisco, faceste l'amore».Sorrisi.«No, mi schiaffeggiò e disse: "Mi hai deluso!". Io allora andai nella camera degli ospiti e, non riuscendo a dormire per l'eccitazione (era la prima volta che la toccavo così concretamente) ma soprattutto per il dispiacere di averla ferita, cominciai a pensare al metodo con cui le avrei porto le mie scuse; poco dopo si aprì la porta e mi apparve davanti splendidamente nuda. Ci baciammo per più di un'ora poi quando ella si sentì pronta ci concedemmo l'un l'altro. Fu splendido, l'amai con tutto il mio cuore e venni completamente ricambiato. Purtroppo la mattina seguente ci scoprì la donna delle pulizie e così non potemmo più vederci se non di nascosto. Le posso assicurare che comunque ne valse la pena. Né io, né tanto meno lei, provammo mai alcun rimpianto».

VIII

Ora mi trovavo sdraiato sul mio letto: ero in quello stato di dormiveglia, in cui ci si sente come se si stesse già dormendo, ma ancora si percepisce qualche cosa. Ascoltavo il sonoro del televisore ed inconsciamente lo paragonavo ad un vociferare di persone molto lontane, come un fastidiosissimo ronzio; gli occhi erano aperti, ma non riuscivo a distinguere le immagini; di colpo sentii un suono insistente, martellante, ripetitivo; balzai in avanti e capii che stava squillando il telefono.Era Camilla, mi disse che aveva cercato di rintracciarmi a casa e che mia mamma le aveva dato il mio numero di telefono e l'indirizzo. Mi disse che non se la sentiva di parlarmi attraverso la cornetta, ma che mi voleva bene e che il principale motivo della sua chiamata era quello di risentire la mia voce. Io le feci alcune domande, ma ricevetti solo risposte confuse; l'unica cosa che capii bene fu che mi sarebbe presto arrivata una lettera con la quale sarei riuscito a chiarire ogni mio dubbio. Ci salutammo ed attaccai.Mi risdraiai sul letto, ma la voglia di dormire mi era completamente passata; aprii il mobiletto degli alcolici accanto a me, poi presi una bottiglia di scotch e buttai in gola un buon sorso. Sentii le gambe alleggerirsi, poi il calore dell'alcol espandersi per tutto il mio corpo. Presi con le mani la testa ed incominciai a massaggiarmi le tempie. Sentivo gli occhi bruciare e percepivo il forte battito del cuore sulle dita. Mi infastidiva, era come il suono di un tamburo che mi martellava il capo. Cominciai a sfregarmi gli occhi, poi ripresi la bottiglia ed in poco tempo la scolai. Ogni qual volta provavo a chiudere gli occhi la testa girava sempre più forte e sentivo in me una gran voglia di vomitare. Decisi che finché non mi fosse passato quel dolore non avrei provato a dormire. Ben presto mi tornò alla mente la mia infanzia, ai tempi in cui c'era ancora Maria. Ricordai un pomeriggio, eravamo tutti e tre a casa mia e per passare il tempo giocavamo a nascondino. Camilla si era nascosta sotto la gonna della madre ed io, dopo averla cercata per un po' e non averla trovata, chiesi a Maria di dirmi dove ella fosse.Non mi volle svelare il nascondiglio, così io mi misi a piangere. Piansi tanto da commuovere Camilla, la quale uscendo allo scoperto mi chiese scusa ed abbracciandomi mi accompagnò nel pianto. Così Maria ci prese entrambi sotto braccio e sgridandoci affettuosamente ci fece capire che era inutile piangere per un gioco."Dio quanto volevo bene a Maria! Darei qualsiasi cosa per poterla rivedere anche solo per una manciata di minuti. Perché è morta? Le cose non sarebbero dovute andare così, non è giusto. Perché anche Camilla mi ha abbandonato? Perché non è rimasta con me? In fondo eravamo come fratelli. Giulia poi, perché mi ha lasciato? Perché se n'è andata? Io stavo solo attraversando un brutto periodo, ma poi sarebbe passato tutto. Dio mio, perché la vita è così triste? Come vorrei tornare bambino, poter ri- abbracciare Maria senza nessuna preoccupazione che mi dissangui il cuore, senza nessun timore di poter essere me stesso e di manifestare le mie emozioni!"Completamente ubriaco, cercando di fermare il mondo che girava attorno a me, cominciai a balbettare: «Come vorrei non aver mai incominciato a fumare, non avere questo stupido vizio! E l'alcool, perché quando mi offrirono il primo bicchiere accettai? Dio mio, gira tutto, mi viene da vomitare. E se le cose fossero andate in modo diverso? Forse adesso non sarei così mal ridotto e non dovrei buttare i mie soldi con uno strizza cervelli».E mentre parlavo sfogandomi con la bottiglia vuota tenevo un pacchetto di sigarette a portata di mano e, confidando sulla stecca nel mobiletto accanto, riprendevo a fumare. Tutto nella mia testa era confuso, riaffioravano diversi pensieri, ma nessuno era nitido poco dopo la confusione diede spazio ad un ordinato ricordo: mi tornò alla mente quella volta in cui, giocando a "Mosca Cieca", Camilla ed io riuscimmo a convincere Maria a bendarsi. Fu un vero disastro; ricordo che io mi nascosi sotto il tavolo e che lei, con fare molto impacciato, nel cercarmi inciampò su di un giocattolo e cadendo ruppe tutti i piatti che erano poggiati sopra il mio rifugio.Quella fu la volta che risi più di cuore, forse anche perché stranamente, mamma, che aveva assistito alla scena, non mi sgridò. Il motivo di tanta gentilezza fu che, per la prima volta dopo mio padre, era riuscita a trovare un uomo da amare, un tipo che lavorava con lei. Si era invaghita ed era corrisposta; la loro relazione durò un paio di anni, poi non seppi più niente di lui. Quando fui più grande mamma mi raccontò che lo sorprese a rubare i soldi dal cassetto e così lo cacciò di casa. Io però non ri- cordo di averli mai sentiti gridare. Camilla mi disse che in realtà quell'uomo era scappato perché la storia si stava facendo troppo seria; tra le due possibilità considerai più probabile la seconda. Povera mamma, dopo quella breve parentesi non ha più avuto un uomo. Quando ero piccolo non riuscivo a capirla, a comprendere il suo dolore; la sentivo spesso lamentarsi con Maria del fatto che era sola, ma egoisticamente non ne capivo la ragione, anzi mi sentivo poco considerato, visto che io ero sempre accanto a lei.L'emicrania era sempre intensa, la sonnolenza mi assaliva e il nome di Camilla continuava ad ossessionarmi.La rivedevo nascosta sotto la gonna di Maria, e questo mi provocava un senso di vuoto per non essere riuscito a trovare quel nascondiglio, per essermi arreso così presto. Quello era tuttora il mio peggior difetto: ogni qualvolta trovavo un problema, se non riuscivo a superarlo senza l'aiuto di qualcheduno (e a quei tempi c'era sempre Maria pronta per me) o di qualche menzogna, mi arrendevo. Con Giulia mi ero comportato proprio in questo modo e di conseguenza le avevo permesso di lasciarmi. Nonostante la stanchezza mi impedisse di ragionare lucidamente e la testa continuasse a girarmi, gli occhi si chiusero da soli e finalmente riuscii a prendere sonno.Il giorno dopo andai come sempre in ufficio e per strada vidi nuovamente Giulia. La seguii con lo sguardo, la vidi entrare ed uscire da diversi negozi.Il desiderio di avvicinarla, di parlarle era fortissimo, ma più concreto era in me il ricordo di ciò che mi disse nel nostro ultimo incontro. Così, in nome di quell'amore che provavo ancora per lei, non la chiamai. Poco dopo mi parve di notare che ella stesse guardando verso la mia Vespa e dal suo sguardo capii che anche lei avrebbe voluto tornare da me, ma che la paura di soffrire glielo avrebbe impedito per sempre. Purtroppo in quell'istante compresi che Giulia non sarebbe mai più tornata da me, non sarebbe mai più stata mia. Sentii crollarmi addosso il mondo, decisi di darmi per malato e di tornare a casa. Anche in questo caso, trovatomi di fronte ad un ostacolo, mi arresi senza provare a reagire. Comunque mi ammalai realmente e passai due settimane d'inferno a letto e con la febbre alta. La notte sognavo Giulia che tornava da me per guarirmi, poi facevamo l'amore; sul più bello mi svegliavo sempre e, con l'amaro in bocca, realizzavo che la realtà a cui ero costretto ad andare incontro, mi offriva un futuro senza il mio adorato amore. Durante la mia malattia a peggiorar la situazione fu la lettera di Camilla. Conteneva alcune fotografie di lei e del suo uomo. La più toccante fu quella dove entrambi sorridenti ed abbracciati mostravano l'anulare decorato da un fantastico anello di fidanzamento. Fu un vero e proprio pugno nello stomaco. Inizialmente pensai che la foto fosse stata scattata volutamente per procurarmi dolore, ma dal contenuto scritto della lettera e dalle seguenti raffigurazioni capii che erano veramente innamorati: la foto più recente li mostrava in abito da sposi Camilla si era sposata! Il messaggio della lettera era chiaro: matrimonio, sistemazione, felicità Viveva a Genova con la sua famiglia e aspettava un figlio. Non aveva voluto sapere se si trattasse di un maschio o di una femmina perché le avrebbe rovinato la sorpresa e per questo era infinitamente dispiaciuta: non avrei mai potuto sapere se il neonato si sarebbe chiamato Luca o se si sarebbe chiamata Anna. Scrisse che non pensava più alla morte di sua madre e che mi chiedeva scusa per avermi ri- fiutato, ma che la mia vicinanza la faceva soffrire, le ricordava la tragica infanzia. Disse che avrebbe voluto spiegarmi tutto il giorno che le feci la proposta, ma che a quel tempo non vi sarebbe mai riuscita, forse perché fin da piccola era sempre stata innamorata di me. Mi confidò che più volte era stata tentata dall'idea di chiamarmi per chiedermi scusa, per dirmi che avrebbe voluto sposarmi, ma poi si rendeva sempre conto che ciò era impossibile per diversi motivi, tra cui il fatto che non poteva competere con il ricordo di sua madre.Scrisse infine che stando con me si sarebbe ritrovata ad odiare se stessa perché, anche se involontariamente, non poteva più sopportare Maria e il suo doloroso ricordo.Iniziò così una vera e propria crisi esistenziale. Ero già debole per la malattia, abusavo un po' troppo di calmanti, fumavo troppo, bevevo molti caffè: in poche parole ero ridotto ad uno straccio. Realizzai che le uniche due donne con cui avevo diviso la mia vita erano scappate da me perché le avevo fatte soffrire troppo. Sentii dentro di me un forte senso di vuoto che mi portò al considerarmi inu- tile. Il mio fisico sempre più debole risentì parecchio di questo periodo: arri- vò al punto che il mio dottore mi proibì assolutamente di fumare, bere, prendere calmanti ed essere sottoposto a qualsiasi tipo di stress.I giorni passarono monotonamente dolorosi tra la mia disobbedienza al medico e le sue ossessionanti pressioni.La notte, le poche volte che riuscivo ad addormentarmi, i miei sonni non erano affatto tranquilli, vedevo Camilla e Giulia litigare, poi Maria con il pugnale al petto; mi sentii realmente perso fino a quando, una mattina, il dottore mi disse che uscire mi avrebbe fatto bene. Aveva ragione, la febbre mi passò, ma la crisi aumentò notevolmente. Sentivo la necessità di sfogarmi, di parlare con qualcuno, ma purtroppo non avevo più amici. Questo era il prezzo che stavo pagando a causa della mia riservatezza giovanile. Esistevamo solo lei (prima Camilla, poi Giulia)ed io; ai tempi di Giulia ero riuscito ad entrare in una compagnia, ma gli amici si stancarono ben presto di invitarci e di non vederci mai agli appuntamenti. Li perdemmo ed ora, che ne sentivo la necessità, era troppo tardi. Pensai al dottor Valli, ma mi resi conto che, per risolvere il mio problema, serviva l'aiuto di un amico, non di uno psicanalista. Ben presto balenò in me l'idea di andare a Genova a trovare Camilla; prima fu solo un pensiero, poi di- ventò un'ossessione. Il fatto era che non avrei saputo cosa dirle, come cominciare a sfogarmi; poi avrei rischiato di metterla in crisi, di procurarle dei problemi con suo marito. Nonostante ciò mi ritrovai all'aeroporto, con uno zaino sulle spalle, pochi soldi ed un biglietto per Genova. Fui tentato più volte a tornare sui miei passi, ma ormai avevo comprato il biglietto; non era per i soldi: questa volta avevo preso una decisione senza nessuno che mi guidasse, e volevo portarla a temine. L'aereo partiva alle dieci, era Sabato, ed avrei dovuto aspettare due ore prima del volo.Quasi convinto di aver preso la giusta decisione, gironzolai per l'aeroporto; camminavo distrattamente fissando qualsiasi cosa mi si presentasse davanti per tenere la mente impegnata, per impedirmi di cambiare idea.

IX

I cartelloni pubblicitari mi mostravano una serie di slogan demenziali che ormai avevo imparato a memoria; li guardavo con disattenzione spostando, di tanto in tanto, il mio sguardo verso i due tabelloni più grossi: quello dei fusi orari e quello dei diversi voli. Mi divertivo a fare il conto di quante ore di differenza vi fossero tra un paese ed un altro, tenendo così sempre sotto controllo l'orologio per non rischiare di perdere il mio volo.«Chissà cosa dirà Camilla vedendomi arrivare così di sorpresa? E se non la troverò in casa? Mi sono rimasti solo due giorni di assenza al lavoro per malattia Già, e se fosse partita? Che stupido, è incinta! E questo cosa vuol dire? Potrebbero essere andati chissà dove. Forse meglio calmarsi un po' la vedrò e sarà contenta della mia visita. Già, perché non dovrebbe? Sì, e allora perché dovrebbe? Fin da piccola è sempre stata strana quella ra- gazza; in fondo spero che capisca che la mia visita è motivata dalla voglia di rivedere una vecchia amica. Non ho altre intenzioni io, e poi anche se pensasse male, tanto metterei subito in chiaro le cose, quindi che problema c'è. Mi devo convincere che sto facendo la cosa giusta, che parlare con lei non mi farebbe altro che bene. E se invece non servisse a nulla? Basta! Devo riuscire a tenere la mente impegnata, a non pensare al presente. Sì, così vedo Giulia Dio come sono ridotto, tutto ciò a cui penso mi fa sentire sempre peggio. L'unica è provare a dormire già dormire mi sembra l'idea più giusta però devo stare attento, se perdessi l'aereo? No, devo trovare un altro metodo per non ricadere vittima delle mie angosce. Inizio ad avere fame, è da ieri che non tocco cibo. Forse è meglio che compri qualche cosa magari mangiando mi passerebbe questo inutile stato di agitazione».Mi alzai e mi diressi verso il bar. Presi un panino e mangiando mi ricordai di quella volta che con Camilla andammo a fare un picnic al fiume. Lei aveva preparato dei panini squallidi, quasi peggiori di quello che stavo mangiando. Ci alzammo di mattina presto, prendemmo una tovaglia, la sacca dei panini e ci avviammo. Il posto lo scelsi io, era om- breggiato e tranquillo. Lì potevamo fare l'amore senza che nessuno ci vedesse, soprattutto mamma; credo sapesse di noi, probabilmente lo aveva intuito nonostante i nostri tentativi di nasconderci. Ricordo che per andare in quel posto bisognava arrampicarsi su di una roccia abbastanza pericolosa; quella volta, per farmi vedere, salii spericolatamente. Camilla era giù, ed aspettava che io le lanciassi la corda per aiutarla. Non era la prima volta che andavamo lì. In cima alla parete vi era un praticello che co- steggiava il fiume. Sul prato vi era un albero, al quale avevamo legato una corda, che io, di volta in volta, slegavo e lanciavo a Camilla. Il luogo era stupendo la cosa più affascinante era il rumore della cascata che si trovava distante una ventina di metri. Ricordo la prima volta che scoprimmo quel piccolo paradiso. Fu un caso, io vidi la roccia, e decisi che l'avrei scalata, e quando giunsi in cima mi si presentò davanti quel posto così bello. Il divertente fu veder salire Camilla senza corda, fu veramente una commedia, quasi come quella che alcuni mesi dopo vide come protagonista il sottoscritto. Già, proprio il giorno del picnic; mentre salivo, per prenderla in giro facevo l'imitazione di lei che si arrampicava destino volle che perdessi l'equilibrio. Purtroppo caddi e, sbattendo la testa, svenni. Lei non vedendomi reagire cominciò a preoccuparsi, incominciò a piangere, a gridare; per fortuna ripresi presto conoscenza e così la nostra gita non fu rovinata. Quel giorno, forse per la caduta, Camilla fu molto gentile e carina con me; peccato che io l'abbia trattata male, anche se in tono scherzoso, a causa dei panini. Quando tornammo la sera dicemmo a mia madre che avevo preso una botta giocando a pallone con degli amici; avevamo paura che, dicendole la verità (noi due in quel posto e per di più da soli), mamma si sarebbe adirata.Quel ricordo mi tranquillizzò e mi fece diventare di buon umore; alcuni minuti dopo l'altoparlante annunciò il mio volo.Questa per me era la prima volta che salivo su di un aeroplano. Inizialmente non ci badai particolarmente, ma quando fui seduto sulla poltroncina incominciò a venirmi una strana paura. Io soffrivo parecchio la macchina, e, pensavo, sa- rebbe stato lo stesso per l'aereo. L'idea di viaggiare in treno, la prima a venirmi in mente, fu scartata dalla voglia di rivedere al più presto Camilla. Questa fu una dispendiosa decisione; sì perché il prezzo del biglietto fu per me un problema. Dovetti utilizzare i soldi che avevo sempre tenuto da parte. "Per qualsiasi evenienza", dissi tra me e me.«Sicuramente questo sarà il modo migliore per spendere questi quattrini».Così ora mi trovavo seduto accanto al finestrino a guardare fuori. Vidi la mia città diventare sempre più piccola, poi sparire dietro le nuvole. Lo spettacolo fu splendido, mi parve di essere immerso nella panna montata; certo, gli sbalzi d'aria si fecero sentire, ma l'emozione fu troppo intensa per permettermi di considerare quel principio di nausea che mi stava venendo.Da piccoli, Camilla ed io, sognavamo spesso di volare, ci immaginavamo esseri alati e ci buttavamo nel fiume dalle rocce un po' più alte. Ricordo che chiudevamo gli occhi per sentire maggiormente la paura e il sapore amaro del rischio; la sensazione più forte ci si manifestava attraverso il sibilo del vento che soffiava freneti- camente attorno a noi. Ci lanciavamo mano nella mano, e quando giungevamo a toccare l'acqua ci abbracciavamo forte, quasi come per proteggerci l'un l'altro. Rammento che mamma e Maria ci avevano impedito categoricamente di compiere quel gesto acrobatico, lo definivano troppo pe- ricoloso, soprattutto per dei ragazzini "fragili" come noi, ma Camilla ed io non potevamo rinunciarvi; poi crescemmo ed anche quel gioco diventò passato. Continuavo a guardare le nuvole pensieroso quando una voce femminile distolse la mia attenzione: «Vuole mangiare qualche cosa?»A parlare era una hostess, che, nell'attesa della mia risposta, aveva stampato in volto un sorriso molto grazioso ed espressivo. «No, ma gradirei un caffè».Sempre con lo stesso sorriso disse: «Arriva subito signore».E percorse il lungo corridoio, poi sparì dietro una tendina. Accanto a me era seduto un anziano frate che emanava un cattivo odore, dovuto più all'età che ad una mancanza di igiene. Leggeva una rivista scandalistica, ed ogni volta che si vedeva un corpo nudo di donna, mi mostrava l'articolo bor- bottando sdegnato. Aveva la barba ed i baffi completamente grigi; era calvo, ed il capo macchiato rifletteva la luce del sole. Aveva un sorriso assai buffo che esprimeva molta ingenuità e bonomia soprattutto quando, corrugando la fronte, strizzava gli occhi.Poco dopo la voce dell'altoparlante annunciò: «Ricordiamo che tra pochi minuti atterreremo sull'aeroporto di Genova. Vi auguriamo »

X

L'atterraggio fu uno spettacolo indimenticabile, vidi prima l'aereo avvicinar- si sempre più al mare, tanto da farmi quasi paura, poi di colpo mi si presentò davanti la pista; subito dopo sentii un rumore accompagnato da un fastidioso sbalzo e l'atterraggio fu completo. Sceso dall'aeroplano mi diressi verso i posteggi, lì affittai una macchina e chiesi informazioni sulla strada da prendere per arrivare in centro; l'uomo che mi rispose, quasi con fatica, indicò un cartello e disse: «Segua le indicazioni, vedrà che non si perderà. Genova non è poi così grande».Ringraziai e partii, poi seguendo il consiglio datomi "così amichevolmente" giunsi nella via principale del centro.Quella fu la prima volta che visitai Genova; la città mi piacque subito, a differenza dei sui cittadini che mi parvero un po' troppo chiusi e poco propensi ad aiutare un turista. Fortunatamente un ragazzetto sui quattordici anni mi mostrò la strada ed in pochi minuti mi trovai sotto la casa di Camilla. Lessi il cognome del marito sulla porta, poi misi il dito sul pul- sante del campanello. In quell'istante sentii mancare quel poco di sicurezza che mi aveva fino ad allora accompagnato; rimasi titubante e distrattamente fissai la strada sulla quale poggiavano i miei piedi. Sospirai affannosamente, poi meditai ancora alcuni istanti, ma non riuscii a trovare il coraggio di premere il bottoncino. Dalla posizione in cui mi trovavo si riusciva a vedere il giardino della casa; lo trovai molto carino, come del resto tutta l'abitazione in quell'istante capii quanto invidiassi Camilla per essere riuscita a sistemarsi, ma soprattutto per essere riuscita a trovare quella felicità che a me mancava da ormai troppo tempo. Mi girai e mi diressi verso la macchina; proprio in quell'istante si aprì la porta ed uscì un bell'uomo sulla trentina vestito elegantemente. Capii che in casa non c'era nessuno quando lo vidi chiudere la porta facendo compiere tre giri alla chiave.Non provai rancore nei sui confronti, anzi, lo invidiai: per alcuni istanti mi immaginai al posto suo, ma ben presto, realizzai che purtroppo la realtà era molto distante da quel sogno.«Ha bisogno di qualche cosa?»Mi voltai e capii che perplessamente si stava rivolgendo a me.Lo fissai un attimo poi dissi: «In realtà sì».Cosa avrei potuto dirgli adesso. Optai per: «Sa sono un vecchio amico di sua moglie».Poi mi resi conto che, nonostante sembrasse particolarmente gentile, avrebbe potuto anche reagire malamente, o prendermi per un ladro, un maniaco sessuale, o, peggio ancora, da come lo guardavo, per un omosessuale.Così cambiai idea e formulai la frase: «Sa, sono un turista e sto cercando un ristorante, possi- bilmente economico. Giravo un po' visitando il posto e mi è venuta fame. Non è che mi può indicare un locale carino, economico e, soprattutto, qui vicino?»Sempre molto gentilmente mi indicò il posto, poi disse: «Scusi, ma ho un po' di fretta, mi attende un pranzo d'affari. Forse mi annunceranno una promozione».In quell'istante vidi illuminarsi il suo viso, fece un grosso sorriso e disse: «É arrivata mia moglie, pensavo che non l'avrei vista e mi sarebbe dispiaciuto. Sa, mi farebbe sentire meglio farmi rassicurare da lei prima di andare a quel pranzo. Comunque arrivederci, e grazie della piacevole conversazione». Impallidii, lo lasciai parlare nonostante fossi più impegnato nel nascondermi, per non farmi riconoscere da Camilla, che nell'ascoltare.Era sempre assai carina, e con quel pancione mi faceva molta tenerezza; rimasi stupito quando mi resi conto di quanto fosse concreta la sua somiglianza con Maria. Fortunatamente era lontana e non mi riconobbe, lo capii perché appena la raggiunse il marito, disse: «Chi era quell'uomo?»La guardai per l'ultima volta cercando il coraggio di salutarla ma, non trovandolo, risalii sulla macchina conscio della mia sconfitta.Incominciai a girovagare senza meta, premendo un po' troppo il pedale dell'acceleratore. Rischiai parecchie volte di sbandare soprattutto perché non ero sicuramente abituato a quel continuo presentarsi di curve sulla strada. Ero giunto in cima ad un monte del quale non conoscevo nemmeno il nome; era un posto circondato solo da alberi, rocce e piccoli paesini nelle vallate; il mare, unico mio possibile punto di riferimento, non poteva più orientarmi perché era scomparso in non so quale direzione, dietro ad una delle numerose colline che mi circondavano. Incominciai a sentire un po' di tensione fin quando concretizzai la mia paura vedendo i rottami di alcune macchine in fondo al pendio. Poco dopo giunsi in uno spaziosissimo parcheggio. Una macchina guidata da un ragazzo che proba- bilmente faceva pratica di guida, gironzolava saltellando di tanto in tanto per via delle difficoltà con la frizione. Sentivo il padre sgridare l'allievo mentre piazzava delle bottiglie in terra intorno alle quali il ragazzo faceva lo slalom. Mi accesi una sigaretta e il mio viso fu caratterizzato da un sorriso amaro.Pensai che mi sarebbe piaciuto avere un genitore che mi avesse portato a far manovre per imparare a guidare; poi, sempre più amaramente, ironizzai sul fatto che forse, grazie all'ipotetico insegnamento, non avrei rischiato così tante volte di fare un incidente in un giorno solo.«Scusi, sono un turista, e mi sono perso, non so neppure da che parte mi devo dirigere per andare al centro, sempre se siamo ancora a Genova».Il gentile signore mi chiese: «Dove dovrebbe andare?»Lo guardai come per chiedere cosa gli interessasse, poi però mi resi conto che cercava solo di rendersi utile, così risposi: «All'aeroporto».Si mise la mano sul mento, poi si grattò la testa e disse: «Dunque, mi faccia pensare in realtà proprio per l'aeroporto non saprei come indicarle la strada, comunque, se lei gira a destra al prossimo bivio e continua da quella parte tornerà in Genova centro, poi lì chieda o segua le indicazioni. Credo che si debba prendere l'autostrada e eh, mi dispiace non ricordo, sa, io non ho mai preso l'aereo».Mi salutò poi mi guardò un po' perplesso come se volesse dirmi qualche cosa. Poco dopo trovò coraggio e chiese: «Scusi la mia curiosità, ma cosa c'è venuto a fare sul Fasce?»Lo stupore mi si leggeva in faccia così chiesi: «Dove siamo?»Sorrise e con tono fiero rispose: «Sul Fasce, un monte sopra Genova».Ringraziai ma non risposi alla sua precedente domanda; così salii in macchina e ripartii.

XI

Giunsi all'aeroporto appena in tempo per non perdere il mio volo; certo, non ero riuscito a parlare con Camilla, ma il solo vederla mi aveva tirato un po' su di morale: «Almeno lei è felice».Accanto a me era seduta una ragazzina sui diciotto anni che mi guardò perplessa: «Scusi prego?»Inizialmente fui tentato di dirle la verità, poi l'idea di passare per un pazzo che parla da solo mi fece vergognare e risposi: « Ho chiesto se sei Alice, la figlia di Claretta!»Che scusa idiota Adesso rischiavo di passare per uno che ci prova con le ragazzine.Mi guardò con compassione poi pronunciò: «Certo che se avesse detto altri nomi magari forse sarebbe stato un po' più credibile. Io mi chiamo Miriana».Pensai che l'unica soluzione sarebbe stata quella di rimanere zitto per evitare di rendere ancora più ridicola la mia posizione.«Sbaglio o aveva detto: " almeno lei è felice?"»Mi toccai il naso, poi feci una smorfia e risposi. «Sì, ero soprappensiero, poi tu mi hai chiesto». Mi interruppe.«Non si preoccupi, è solo che odio le bugie». Quella ragazzina aveva ragione, che motivo avevo di mentire? Avrei potuto subito dire la verità evitando così un'inutile figuraccia. La realtà era che le bugie avevano sempre avuto un ruolo fondamentale nella mia vita; tutto ciò che di bello avevo avuto, bene o male, lo avevo guadagnato mediante la men- zogna. Mi spiego meglio, con Camilla per esempio, non sarei mai riuscito a fare l'amore se non le avessi detto che l'amavo, eppure io non l'amavo certo le volevo bene, le ero molto affezionato, forse eravamo molto più che amici. Il nostro era un sentimento simile a quello di due fratelli che, molto legati, confondono il loro amore con un atro tipo d'amore. Tornando alle bugie, nel lavoro sono ancora più lampanti, per arrivare alla posizione in cui sono, ho dovuto dirne tante e i frutti si sono fatti vedere molto presto; certo, non che sia una delle principali personalità nella ditta, ma sicuramente il posto di capo reparto non è dei peggiori.Arrivati a destinazione Miriana mi salutò chiedendomi nuovamente scusa per la sua "maleducazione"; ovviamente io le dissi di non preoccuparsi, e che la sua schiettezza mi era servita da lezione.Passarono così due lunghi mesi che fu- rono caratterizzati quasi totalmente dal mio tentativo di dimenticare sia Giulia che Camilla; mi convinsi del fatto che non vi fossero alternative e decisi di riuscire nel mio intento senza l'aiuto di nessuno, senza dover pagare inutilmente soldi al dottor Valli. Come ho già detto però, la mia prova di forza durò solo due mesi, passati i quali il mio psicanalista diventò quasi una droga per me; arrivai a livelli mai raggiunti sentivo la necessità di parlare, di sfogarmi per tre, anche quattro volte alla settimana. Ma procediamo ordinatamente, ossia torniamo al giorno in cui decisi che Valli per me sarebbe stato solo un assillante ricordo; successe mentre mi trovavo dal parrucchiere Sì, proprio mentre vedevo il mio volto allo specchio, osservando i miei capelli cadere; in pratica, mi rendevo conto che la mia figura stava cambiando, dopo anni e anni di capelli ricci ed allungati, avevo preso la decisione di tagliarli cortissimi. Può sembrare banale, ma mentre nutrivo il mio sguardo della metamorfosi, pensavo al mio passato, a tutto ciò che mi stavo lasciando alle spalle facendo cadere a terra i capelli. Al suono delle forbici, il fastidioso pensiero mi portava sempre più al convincermi del fatto che avrei dovuto cambiare vita, arrendermi all'evidenza dei fatti: io ero solo, Giulia e Camilla non erano più mie e Valli, sicuramente, non avrebbe potuto riportarmele. Certo, fu facile prendere la decisione, ma, assai arduo, mantenerla; per fortuna ad aiutarmi ci fu Fabiana: questo era il nome di una mia collega di ufficio, una donna sulla trentina piuttosto brutta ed antipatica che si era presa una cottarella per me. Inizialmente cercavo di non farci caso, di convincermi che i suoi atteggiamenti carini nei miei riguardi e scontrosi verso gli altri fossero dovuti al fatto che io ero un suo superiore, ma ben presto fui costretto a cambiare idea. Accadde una sera, ero rimasto in ufficio per svolgere dello straordinario e lei si era offerta di aiutarmi. Fabiana non era né dolce né carina, ma il suo fare così sicuro mi affascinava come del resto le sue atten- zioni; un qualunque uomo non sarebbe rimasto indifferente nel vedere una donna spogliarsi davanti a sé. Quella sera infatti, lei arrivò profumata e ben vestita. Il trucco la ringiovaniva un po', sì perché nonostante avesse solo trent'anni ne dimostrava dieci di più "Stress da lavoro!" Si giustificava. Comunque, mentre io controllavo i conteggi, lei mi guardava con occhi passionali; ad essere sincero il suo comportamento mi provocava tutt'altra sensazione di quella che lei avrebbe voluto: il suo studiato charme (sicuro ma pesantemente forzato) stimolava in me solo una crescente voglia di ridere. Continuai a lavorare fingendo di non notarla, così Fabiana si tolse gli occhiali e mi si avvicinò piano. Io ero seduto alla mia scrivania sotto la quale la vidi infilarsi sentii la cerniera dei miei pantaloni scendere, poi, con prepotenza, una mano slacciarmi la cintura e sbottonarmi. Quelle fredde cinque dita iniziarono a toccarmi ed io non seppi resisterle, perché purtroppo erano mesi che non provavo sensazioni di quel genere e così la lasciai continuare. Quando finì io mi sentii vuoto e rabbrividii all'idea di andare oltre, lei invece si alzò e mi si presentò davanti con scritto in volto tutto il suo desiderio, la sua voglia di possedermi.Si sfilò la gonna, e per la prima volta notai le sue belle gambe, poi sbottonò lentamente la camicetta. Rimase alcuni istanti vestita della sola biancheria intima. Io, perplesso, rimanevo a guardarla diviso dal desiderio di vedere i suoi piccoli seni a punta o di dirle di rivestirsi. Nell'indecisione tacqui. Lei così continuò il suo spogliarello, si sedette sulle mie gambe e si sfilò le calze. Il cuore mi batteva forte: la voglia di possederla stava prendendo il sopravvento. Arrivò ora il momento del reggiseno, mi prese una mano e se la mise sul petto. Un brivido attraversò il mio corpo quando le mie dita furono a contatto con la sua pelle morbida e calda. Il sudore colava lentamente dalla mia fronte mentre lei si alzava per togliersi gli slip. Sentii il forte profumo allontanarsi, poi mi coprii il viso con le mani e mi resi conto che quella piacevole essenza era rimasta sui miei polpastrelli. Il piacere provato nel toccare il seno bianco e morbido si trasformò in ribrezzo: non solo per lei, ma anche per la mia persona. L'odore che tanto mi eccitava prima, divenne sgradevole, la te- sta, sempre più pesante, rimaneva sorretta dalle mani che, attraverso i gomiti, facevano pressione sulle gambe: «No »Vidi la sua espressione cambiare, poi mi si avvicinò e provò a baciarmi.«No!»Quel sorriso sicuro che fino ad allora aveva accompagnato ogni suo gesto, l'abbandonò.«Come sarebbe a dire no. Prima mi usi per il tuo piacere e poi mi scarichi così Non lo accetto »Cosa poterle dire? Come spiegarle in maniera non troppo crudele che lei non mi piaceva, che l'unica ragione per cui non l'avevo fermata era egoisticamente la mia voglia di essere toccato da quel bel corpo senza volto? Come poterle spiegare che mentre lei cercava di stimolare le mie voglie io chiudevo gli occhi e sognavo Giulia? Ecco, l'idea arrivò veloce come sempre, nulla è meglio di una bugia.Accesi una sigaretta e dissi: «Tu mi piaci ti giuro, ma so che sei sposata ed io non potrei »Quale fortuna che un prete avesse realmente celebrato quel matrimonio.«Si, sono sposata, ma lui non mi ama, io non insomma, questa è la prima volta che lui invece »E mentre parlava, pian piano si rimetteva i vestiti.«Io comunque sono sempre Se tu Sì, se tu cambiassi idea io Beh, penso tu abbia capito».La guardai dispiaciuto e risposi.«Certo, ci penserò, ma tu non cercare di contrastare i miei principi, ti prego, non so se riuscirei più a resi- stere alla tentazione».Questa me la potevo proprio evitare.«Allora ti prego »Come volevasi dimostrare.«No »La interruppi.«No, ti ho già spiegato il motivo, io non posso, poi mi sentirei colpevole e » e continuai a ripetere la stessa frase con diverse parole per alcuni minuti fino al momento in cui lei entrò in bagno ed io ripresi a lavorare.«A questo punto, io tornerei a casa».Il lavoro da svolgere era realmente tanto ed io avrei avuto bisogno di lei, ma non le impedii di andarsene. «Certo, non ti preoccupare, qui mi arrangio da solo».Iniziò a piangere, lo notai per via del rimmel. Poi si voltò, si diresse verso la porta ed uscii. Sospirai con sollievo, come se il problema che mi affliggeva fino a quel momento, fosse fi- nalmente sparito. Non lavorai rimasi per ore immobile a pensare; ero dispiaciuto per il mio comportamento, per Fabiana, ma soprattutto perché le avevo permesso di ricordarmi cosa fosse il piacere di una donna che ha interesse per te. Da sempre le avevo usato particolari attenzioni che lei aveva confuso per messaggi. Il mio comportamento era però diverso: io sapevo della sua attrazione per me, e non volevo che finisse; quella donna non mi piaceva affatto, ma il saperla disposta a qualsiasi cosa pur di possedermi, mi appagava. Non avrei voluto una storia con lei, mi disgustava il solo pensiero, ma avrei fatto di tutto per non perderla l'immaginarla attratta da un altro uomo, mi infastidiva infinitamente e feriva il mio orgoglio. Così attraverso favoritismi e dolci sguardi, le permisi di innamorarsi di me.Per questo mi odiavo.

XII

Giulia era davanti a me, piangeva. Le foglie secche cadevano attorno a noi. Lontano sentivo il grido di una voce amica, conosciuta. Giulia si avvicinò e si fece abbracciare, poi disse: «Ti prego, non entriamo, ho paura, restiamo qui».Non l'ascoltai, vedevo in lontananza la casa e sentivo che dovevo entrarvi. Il posto in cui ci trovavamo era conosciuto, era molto tempo che non lo vedevo, ma non mi era estraneo.Da lontano il grido era sempre più intenso e accompagnava la mia paura come un tetro sottofondo musicale. Tremavo, Giulia ormai dietro me, piangeva sempre più forte e gridava: «Non entrare!»La voce misteriosa diveniva sempre più chiara e concreta, pronunciava affannosamente il mio nome e mi chiedeva freneticamente aiuto.Procedevo lentamente, quasi contassi i passi che mi dividevano da quella casa; la voce era sempre più vicina, mentre le ansie di Giulia non si sentivano più. Mi girai e dietro me non vi era più nessuno.«Giulia Giulia dove sei?»Nessuno rispose.Così continuai a camminare e giunsi finalmente di fronte alla porta. Provai ad aprirla ma era chiusa. Cominciai a picchiarla con i pugni, quasi scaricassi la mia tensione attraverso quell'ener- gico gesto. Nulla.Mi voltai e vidi dietro me un grosso tronco; lo sollevai con fatica e lo lanciai contro la porta. I cardini arrugginiti cedettero ed io ebbi modo di entrare.Gridai: «C'è nessuno?»Nessuno rispose.«Chi è che mi chiama, rispondi per Dio!»Mi trovavo in una vecchia casa divisa in numerose stanze. Entrai nella prima che mi si presentò di fronte; guardai attorno a me, ma nulla parve particolarmente degno di attenzione. Uscii. Proseguii lungo il corridoio fino a quando giunsi in una stanza completamente buia. Presi l'accendino e mi accesi una sigaretta, poi mi voltai e vidi delle candele poggiate su di un vecchio mobile. La voce era sempre più vicina, ma non mi turbava, la mia attenzione era invece tutta su un foglio di carta sul quale vi era scritto: « se le fanno qualche cosa, tu sarai il responsabile».La calligrafia era chiara, ben leggibile ma soprattutto da me già vista più volte.« se le fanno qualche cosa, tu sarai il responsabile».La voce si sdoppio e i due personaggi misteriosi insistettero: « se le fanno qualche cosa, tu sarai il responsabile».Ora mi sembrava di sentire tre donne parlare tra loro.Accesi la candela ed entrai nella camera buia. Vidi una scala a chiocciola e vi salii.La voce, ormai praticamente accanto a me, pronunciò minacciosa: «Non puoi sfuggire al tuo destino».La paura aumentò, mi paralizzò le gambe e riuscì a farmi pronunciare solo alcune frasi sconnesse.Il misterioso parlare a tre toni riprese: «Non puoi mentire a te stesso».Sempre immobile gridai: «Chi siete cosa volete da me lasciatemi stare vi prego voglio tornare da Giulia».Ora attorno a me si formò un silenzio pietrificante. Rimasi alcuni istanti spaventato, poi ripresi sicurezza e salii gli ultimi scalini.Mi si presentò un enorme salone da ballo, di quelli della fine dell'ottocento, con lampadari di cristallo ogni due metri. Al centro della stanza vi era un grosso tavolo, notai il segno fresco di un dito che vi aveva rimosso della polvere; più avanti, poggiato sulla parete, vi era un pianoforte al quale mancavano diversi tasti e sopra ad esso vi era un quadro di vistose dimensioni. La figura era difficile da distinguere, ma sembrava rappresentasse qualche tipo di tortura medioevale. Sulle pareti laterali vi erano invece diversi ritratti di nobili, tra i quali quello di una donna molto bella che sembrava fissarmi minacciosa. Mi avvicinai ad esso e vidi che la donna teneva stretto un pugnale e, dal suo sguardo spaurito, pareva avesse appena commesso un omicidio.«É solo un quadro!» mi dissi per scaricare la tensione che stava man mano aumentando. La stanza non aveva altri accessi che la scala a chiocciola, così pensai di controllare se vi fossero delle botole.Tastai i muri, toccai i quadri, provai a suonare il piano. Nulla.« è possibile che non ci sia nessuno?»In quell'istante un vento gelido asciugò il mio sudore.«Da dove proviene, qui non ci sono finestre. Chi siete? Volete farmi impazzire? Basta! Ci state riuscendo. Lasciatemi stare!» Il pavimento era di legno ed il rumore dello scricchiolio accompagnava ogni mio passo. Mi avvicinai al tavolo e vidi che sotto ad esso vi era un passaggio molto stretto e buio al quale era appoggiata una scala. Mi infilai dentro e sentii le ragnatele sfiorare le mie braccia. Gridai di paura. I pioli della scala erano ben saldi, ma forse per il sudore mi sembrava di scivolare ad ogni mio spostamento. Attorno a me vi era solo buio, e la scala sembrava essere molto lunga; in quell'istante mi cadde la candela che fino ad allora avevo tenuto con fatica in mano. La cera colata sulla mano mi aveva impedito di trattenerla: gridai nuovamente, ma questa volta non solo per la paura, ma anche per il dolore. Rimasi alcuni istanti immobile nell'attesa di sentire il rumore di quell'oggetto toccare il suolo; nel precipitare, la fiammella luminosa si spense ed una totale oscurità avvolse la mia persona. Passò qualche frazione di secondo e sentii il tonfo della candela era un rumore particolare, come se fosse caduta nell'acqua.Come poteva essere? La scala dove poggiava? Comunque continuai a scendere lentamente mentre l'odore di chiuso mi rendeva sempre più nervoso la claustrofobia iniziava a farsi sentire.Finalmente giunsi in fondo alla scala e sentii le scarpe impregnarsi di acqua. Rabbrividii, poi il rumore di un topo mi rese immobile, in quell'istante sentii crollarmi delle pietre addosso, come una frana causata dallo spostamento di qualcosa sopra di me. La paura non mi permise di ragionare, ma lo squittio mi fece capire che mi trovavo con i piedi in un fiumiciattolo sotterraneo popolato da topi. Per sfogarmi, gridai con tutta la forza, misi la mano in tasca ma non trovai l'accendino. Il buio freddo e terrificante mi convinse a tornare indietro, mi voltai ma la scala non era più accanto a me. La caduta dei sassi al passaggio dei topi mi aveva costretto a spostarmi ed in quella circostanza di totale cecità avevo completamente perso il senso dell'orientamento.Iniziai a camminare mentre sentivo il livello dell'acqua pian piano alzarsi. Quando giunse alle ginocchia mi voltai e dietro me vidi una luce lontana. Di corsa mi diressi verso quello spiraglio di salvezza: mi era rimasto un unico barlume di speranza.«É questo il sogno che l'ha spinta a tornare da me?» «No, fu quello della sera dopo. Però non ho ancora terminato, mi lasci finire».«La luce era molto piccola e lontana, io corsi a lungo e nella foga inciampai su qualche cosa. Caddi in terra e non riuscii a rialzarmi. Di colpo l'acqua del fiumiciattolo prese a muoversi e la corrente mi trascinò per alcuni metri dalla parte opposta della mia meta. Io non riuscivo a fermarmi, respiravo faticosamente e non vedevo né capivo cosa stesse accadendo. Avrei voluto morire, ma la speranza mi permetteva di andare avanti senza abbandonarmi al getto che mi spingeva freneticamente. Se avessi potuto, avrei pianto, urlato, ma ero impotente, non riuscivo assolutamente a fare nulla: avevo perso anche l'ultima speranza, l'ultima forza la corrente aveva preso il sopravvento.Il torrente mi trascinava sballottandomi a destra ed a sinistra, il letto del fiumiciattolo si faceva sempre più stretto, ed a me, di tanto in tanto pareva di rimanere incastrato, poi però il getto insistente mi spingeva e non mi permetteva di aggrapparmi a nulla. Picchiai contro una specie di roccia e la botta mi procurò forte dolore a questo punto mi accorsi di essere sveglio».Indicai l'ematoma sotto l'occhio sinistro e continuai: «L'agitazione e l'inquietudine mi fecero muovere durante il sonno e questo è il risultato di una botta contro il pavimento. Mi sono ritrovato a terra con il volto gonfio e sanguinante. Comunque, la sera dopo »«Per oggi mi sembra abbastanza, continuerà la prossima volta».«Ho bisogno di parlare, non potremmo continuare, non posso aspettare una settimana».«Senta ora ho un altro paziente, ma domani ho un'ora che si è liberata, se vuole». Accettai.

XIII

Erano circa le due del pomeriggio e Fabiana era seduta sulla mia Vespa ad aspettarmi.La vidi e le chiesi: «Come facevi a sapere che mi trovavo qui?»«Ti ho seguito, comunque non mi importa se sei in cura, avrai i tuoi buoni motivi. La verità è che da quella sera »«É passato più di un mese ed io speravo che le cose fossero cambiate, sai come la penso».Mi si avvicinò, mi baciò le labbra con molto affetto poi guardò le proprie mani che si muovevano nervosamente e, sempre gesticolando, disse: «Come vedi non è cambiato nulla, anzi in questo periodo il mio sentimento si è rafforzato! Ti guardavo mentre lavoravi, mentre facevi qualsiasi cosa e non riuscivo a resistere alla tentazione di parlarti. Una volta ci provai, venni da te e dentro di me avrei voluto dirti: TI AMO. Dal tuo sguardo però, capii che per te le cose non erano cambiate. Avrei voluto abbracciarti, toccarti, renderti partecipe del mio amore, ma proprio per questo amore non dissi nulla, ti porsi i documenti da firmare e tornai alla mia scrivania. Diavolo non capisci che ti amo, come fai a non considerarmi, io non riesco a capire. Ti prego portami a casa tua, facciamo l'amore, io ti voglio, e non resisto più poi mi dicesti che anche tu »In quell'istante ero talmente depresso, ossessionato dalle mie paure; pensai che fare l'amore con Fabiana sarebbe stato piacevole. Analizzai il problema da un altro punto di vista: Fabiana cominciava a piacermi nonostante il suo viso, e la vicinanza di una persona mi avrebbe sicuramente tirato su il morale.Così chiusi gli occhi e la baciai. Poco dopo la feci salire sul mio scooter e la portai a casa. Percorremmo la strada senza parlare, poi, quando aprii il portone ed ebbe modo di vedere la mia dimora, disse: «Finalmente! Era tanto che desideravo di vedere in che posto abitassi!»Sorrisi, l'abbracciai, poi le feci cenno di entrare ed in tono scherzoso dissi: «Ti piace?»I suoi occhi erano lucidi, sembrava molto contenta, ma io mi sentivo come un attore che recita una parte che non trova piacevole. Pensai: «Finalmente ci sei riuscita!»Lei non capì ciò che realmente avessi nella mia testa e con molta allegria disse: «Sì, tanto, anche se devo ammettere che mi aspettavo fosse assai peggio, ero convinta di trovare più disordine; sai, tu sei un uomo solo, ma adesso le cose sono cambiate, ci sono io per te e farò tutto ciò che vorrai per vederti felice: sei sempre così triste ed irritabile!»Il sorriso era l'unica espressione che riuscivo a fare; era forzato, però sembrava sincero. In realtà avrei voluto spiegarle ciò che provavo veramente, il mio essere combattuto tra il desiderio di averla e quello di mandarla via.Pensai: «Povera ingenua, guarda già al futuro, forse sta già pensando di trasferirsi qui. Dio, non potrei proprio, io non l'amo, anzi tutt'altro. Ma cosa sto facendo? Non posso trattarla così, la sto illudendo. Lei mi ama davvero ed io non riesco neppure a sopportarne la vicinanza».La guardai fingendo di essere dolce e le chiesi: «Vuoi qualche cosa da bere?»Si sciolse i capelli, poi poggiò gli occhiali sopra la te- levisione, accanto al telecomando e disse: «Si, una coca cola o qualsiasi cosa fresca. Qui dentro fa un caldo».Mentre io mi avviavo in cucina, la vidi aprire la borsetta e prendere la pillola. Poco dopo giunsi in salotto con due bicchieri ed una bottiglia di acqua minerale.«Mi spiace, ma ho finito la coca cola, e poi non mi è mai piaciuta più di tanto».«Non ti preoccupare, va bene lo stesso».Poi mise la pillola in bocca e sorseggiò un po' d'acqua.«Sai non l'avevo ancora presa per scaramanzia! Ho cominciato a farne uso per regolare le mestruazioni. Però salto spesso dei giorni. Il mio ginecologo dice che sono troppo distratta».Che romanticismo, mi sembrava di essere di fronte ad una prostituta che, dopo avermi regalato un po' di piacere, mi avrebbe chiesto i soldi; così, silenziosamente mi riscoprii a cercare il me- todo più opportuno per fermarla, mi chiesi come facesse a non rendersi conto di quanto fosse pesante, di come non mi interessassero minimamente i suoi discorsi, tanto meno i suoi rapporti con il ginecologo. Comunque continuai a recitare la mia parte. Questa volta Fabiana non perse tempo in inutili strip-tease, si tolse i vestiti e si distese sul divano, su quello stesso di- vano in cui si sdraiava sempre Giulia.«C'è qualche cosa che non va?», disse preoccupata. In realtà qualche cosa c'era, mi era tornata in mente Giulia e per questo la mia scarsa voglia di lei era ancora diminuita; comunque scossi la testa facendole credere che andasse tutto bene.La casa era buia, e la luce dell'abat-jour accanto al divano, illuminava solo il suo bel corpo, lasciando nascosto il volto. La guardavo nutrendomi dei suoi seni, poi mi svestii e mi sdraiai accanto a lei.Mentre lei godeva della mia vicinanza (a tal punto da sembrarmi che mentisse), io provai un senso d'angoscia per ciò che stavo facendo, la sentivo ansimare e il suo fiato caldo sul collo mi disgustava non era lei a causarmi tali reazioni, ero io stesso che mi facevo schifo. Sentii avvicinarsi le sue labbra umide alle mie, mi baciò, io rimasi immobile, poi con cattiveria mi tolsi quel corpo di dosso e gridai: «Vattene via! Sparisci, non ti voglio più vedere. Vattene!» Impaurita mi guardò, poi pronunciò: « ma io».L'interruppi bruscamente e gridai: «Vuoi stare zitta! SPARISCI! TOGLITI DAI PIEDI!» Vidi nei suoi occhi l'odio e mentre si rivestiva capii il suo disprezzo per me, soprattutto quando, dopo essersi ri- messa gli occhiali, prese tra le mani il telecomando della televisione e strin- gendolo freneticamente gridò: «Tu sei pazzo, no peggio, tu non sei da psicanalista, sei da ricoverare, ed anche con urgenza. Dio mio, ma come ho potuto? Cosa ho fatto? Come mai non me ne sono accorta subito? Sei proprio un Che cretina che sono stata, proprio un'illusa a credere in te, ad amarti. Dio mio quanto tempo ho perso per uno psicopatico come te!»Poi mi urlò qualche ingiuria e, vedendo che non la consideravo, mi tirò il telecomando; io mi spostai ma non riuscii ad evitarlo e di conseguenza mi colpì sulla fronte. Un attimo di silenzio e subito dopo sentii la porta di casa sbattere. Mi alzai e guardai dalla finestra. La vidi prima tirare un calcio alla mia Vespa e, dopo che questa cadde a terra, lanciarle un sasso addosso.Poi si diresse verso la fermata dell'autobus e sparì dentro il primo mezzo che passò. Non avrei voluto trattarla così, ma fu l'unico modo per raggiungere il mio scopo.Fabiana doveva sparire dalla mia vita, non solo perché non mi piaceva, o almeno così sembrava a me, ma perché il continuare le avrebbe fatto maggior male, ed indirettamente ne avrebbe fatto a me. Sarebbe scappata prima o poi, ed io ne avrei nuovamente sofferto. Incominciai così ad odiarla ed ad odiare me stesso: lei, perché non era riuscita a cambiarmi, me, perché l'avevo illusa.Fabiana era infelicemente antipatica, brutta, poco fine, il contrario di Giulia e Camilla, forse per questo un po' di attrazione mi legava a lei, ma non poteva bastare. Feci bene a mandarla via, anche se, forse, la sua vicinanza avrebbe potuto aiutarmi a guarire.

XIV

«Mi trovavo di fronte alla stessa abitazione della scorsa notte, l'ambiente circostante però era differente. Senza esitare più del dovuto mi diressi verso la porta, l'aprii e cominciai a camminare lungo quel corridoio. Misi una mano in tasca per prendere una sigaretta, ma al posto del pacchetto trovai il foglietto della scorsa volta." se le fanno qualche cosa, tu sarai responsabile".Nel leggerlo, mi tornarono alla mente gli avvenimenti dell'avventura precedente e quel ricordo mi provocò un'intensa paura che mi impedì di proseguire il cammino per alcuni secondi. Quando ripresi fiducia, entrai in una camera che si trovava alla mia destra e mi si presentò davanti una biblioteca caratterizzata per lo più da libri antichi. Ne scelsi uno a caso e lo estrassi con fatica dal mobile in cui era contenuto; era parecchio pesante, ma sicuramente di bell'aspetto.Il titolo "Ricordi" era scritto in ma- niera assai raffinata su di una copertina in pelle ricca di curiosi disegni molto elaborati; lo aprii ed incominciai a leggere, parlava di un uomo senile che raccontava la propria vita. Dopo alcune pagine che trovai alquanto monotone, giunsi ad un punto che attirò particolarmente la mia attenzione e, man mano che andavo avanti con il racconto, l'immagine di me dentro quella biblioteca con quel tomo fra le mani diventava sempre più confusa ed offuscata mentre ben nitida era la situazione del libro: senza rendermi conto di come, mi trovai presso un giardino dove giocavano dei bambini. In quell'istante vidi un uomo fuggire spaventato; sentii poi un vociferare confuso provenire dalla casa accanto, così mi avvicinai e guardai attraverso la finestra; vidi un uomo in piedi su di un letto che picchiava una donna, lo vidi sfilarsi la cinghia e frustare la poverina con violenza, tanto che ella svenne. Mi voltai ed accanto a me vi era una ragazza della quale non riuscivo a distinguere il volto, appena mi rigirai mi accorsi di trovarmi all'interno della stanza dove un'altra figura poco definita piangeva accanto al letto; mi avvicinai di più e notai i due corpi esanimi sdraiati sul letto. La ragazza accanto a me gridò e cadde per terra svenuta, in quell'istante riuscii a capire di chi fosse quel misterioso viso, non potevo sbagliarmi, era Giulia. Mi svegliai spaventatissimo e rimasi parecchio tempo pensieroso e con facilità realizzai di chi fossero le altre figure: chi altro potevano essere se non Camilla, Maria, il marito di Maria e l'amante?»Valli corrugando la fronte cominciò a spiegare: «Guardi, io non mi sono documentato più di tanto, non sono andato a rivedermi tutte le varie teorie sull'interpretazione dei sogni, forse anche perché la spiegazione mi sembra piuttosto facile, soprattutto trattandosi del suo caso.Vede, i sogni solitamente rispecchiano le ansie, le paure le emozioni passate, non si faccia spaventare da loro, biso- gna solo carpirne i lati positivi. Il fatto è che non seguono un filo logico, sono come trattenuti nella mente e a volte, anche dopo tanto tempo, tornano. Solitamente accade quando meno te lo aspetti, quando ti pare di aver dimenticato quella data situazione, ecco lì che essa ritorna attraverso i sogni; mi spiego, mettiamo che la sua mente non sia mai riuscita a perdonarle il fatto di aver rubato quelle macchinine, quelle di cui mi ha parlato nelle prime sedute, beh, allora per farglielo capire la torturerebbe fa- cendole sognare che so prati pieni di modellini e lei che freneticamente cerca di prenderli, ma non vi riesce. Sogno comune, ma questo è il caso di un altro ipotetico paziente, non il suo. Può anche accadere che lei riviva quell'esperienza in maniera confusa, sommando eventi che le stanno a cuore ma che non hanno nessun legame esistente. Nel caso di Giulia e Camilla assieme, il legame è lei stesso, che, unendo due persone mai frequentatesi, le trasforma in compagne. Del resto sono due persone che hanno caratterizzato sia positivamente che negativamente la sua vita! Spero che abbia capito, comunque ha poca importanza. Ciò che conta è che lei mi aiuti a comprenderla, ad interpretarla, magari anche attraverso i sogni. Io cercherò di spiegarle le sue paure, ma lei dovrà collaborare, non cambiare discorso come ha fatto più volte».«Farò il possibile».«Cominciamo dal sogno ossessivo di cui mi parlava alcuni mesi fa, quello dove lei si trova in una macchina ed accanto alla sua vede un'altra vettura che viene travolta da una frana. Lei si vede impotente di fronte alla morte di una persona, la vede morire, ma non può far nulla. Se lo sommiamo al secondo sogno, quello dove, involontariamente, investe una ragazza, e ai due più recenti, sembra chiaro che la sua mente sia rimasta condizionata dall'impotenza che le ha impedito di salvare Maria. Lei si attribuisce una colpa che non ha! Ne è al corrente, ma proprio perché sa che non avrebbe potuto far nulla, ne soffre e si sente ugualmente responsabile».Silenziosamente ascoltavo il dottore parlare, non sapevo se ciò che diceva fosse o meno vero, ma non potevo fare a meno di ascoltare la sua voce.«Mi ha poi raccontato di essersi ri- trovato in un posto a lei noto, un luogo che magari non frequentava da parecchi anni, giusto?»Annuii abbassando il capo, poi, notando che Valli non riprendeva il discorso, incominciai a parlare: «Sì, era una vecchia abitazione, ma non ricordo già più come fosse; sono passati dei giorni da quel sogno».L'analista si tolse gli occhiali, li appoggiò sulla scrivania; poi si palpò delicatamente la parte superiore del naso, e con entrambe le mani si massaggiò le tempie.«Ha male alla testa?»Valli non rispose, ma continuò il discorso precedente.«Ha dimenticato? Non importa, vede, nei sogni ci si trova in situazioni o luoghi che possono essere a noi totalmente o parzialmente sconosciuti. A volte la nostra stessa casa può diventarci estranea per via di alcuni cambiamenti imposti dalla nostra fantasia, comunque sia, durante il sonno, solitamente, tutto ci pare già noto, magari anche già accaduto sì perché persino l'impossibile può diventare qualcosa di normale, ma questo è un altro discorso. Lei mi ha anche detto che inizialmente si trovava con Giulia, e che poi l'ha persa di vista. Bene, siamo arrivati al punto: anche questo è classico dei sogni, le persone che si vorrebbe avere accanto nella vita restano nella nostra testa, poi nel suo caso sembra palese il fatto che la sua mente non ha fatto altro che farle rivivere la sua storia. Giulia inizialmente era accanto a lei, poi l'ha persa, questo è reale, è recentemente accaduto. Lei non è riuscito a perdonarsi il fatto di averla fatta scappare da sé, ma Giulia purtroppo è andata via e non tornerà, questo almeno è ciò che lei mi ha fatto intendere. Il suo subconscio non può darsi pace, si sente in colpa e cerca un modo per ripoter avere la persona amata, ma sa che è molto difficile, così come risulta difficile aprire quella porta. Poi in qualche modo, non ricordo come ma tanto non credo sia utile, è riuscito a passare l'ostacolo e subito gliene si sono presentati davanti tanti altri.Anche i rumori che la circondavano, i quadri spaventosi, in pratica le cornici dei vari avvenimenti, si spiegano facilmente considerando che nei sogni regna sovente la confusione.Lei ora deve essere sincero più con se stesso che con me; come ammette attraverso quel foglietto, scritto proba- bilmente da lei, si sente in colpa per aver fatto scappare Giulia e si ritrova nuovamente impotente, impossibilitato a riavere la sua vita. Se lei riuscisse ad ammettere questo, probabilmente diventerebbe inutile la sua presenza qui».Lo guardai perplesso e dissi: «Cosa sta cercando di dirmi?»«Vede, penso che lei non abbia proprio più bisogno di venire da me, le ultime sedute mi hanno convinto del fatto che l'unica cosa che le può essere utile, è cercare di rassegnarsi: Giulia non tornerà da lei, quindi è inutile continuare ad autocommiserarsi per un errore commesso. Mi dispiace, ma questa è la verità».Uscii senza salutare, mi sentivo veramente adirato, tutti questi soldi spesi per sentirmi dire: «Si sente in colpa per aver fatto scappare Giulia».Anche un bambino sarebbe potuto arrivare a questa conclusione. Valli era un buffone e non aveva realmente capito nulla di me e con questa spiegazione superficiale l'aveva pienamente dimostrato.Forse la cosa più sensata che era riuscito a dire era quel: «Passi domani per sistemare il conto».Scesi le scale di corsa con un unico pensiero in testa: la voglia di prendere a botte Valli cresceva sempre più forte in me. Mi sentivo preso in giro: tutto questo tempo, tutti quei soldi! Era stato davvero uno sbaglio quello di affidarmi ad uno psicanalista. All'uscita vidi da lontano un foglio posato sul sellino della Vespa, inizialmente pensai ad una multa, ma mi accorsi subito dal colore che non poteva essere, oltre a tutto il posteggio era perfettamente regolare. Dall'altra parte della strada vidi Giulia camminare a passo sostenuto. Le corsi incontro chiamandola.«Ciao».Freddissima rispose al saluto. Era bellissima, vestita di nero, teneva sotto braccio una borsetta di pelle, anch'essa del medesimo colore. Le guance erano rosse e gli occhi lucidi quando disse: «Hai già letto la lettera?»Con espressione molto rassegnata risposi: «No, e non credo che la leggerò, ho paura di trovarci qualche cosa che mi potrebbe ferire».Prese dalla borsetta un fazzolettino bianco e cercò di asciugarsi le lacrime, poi sospirò, prese coraggio e disse: «Senti, io parto, torno a Milano, qua non posso continuare a vivere sono troppe le cose che mi fanno soffrire».Delicatamente le levai una lacrima che lentamente scorreva lungo la guancia. «Come troppe le cose che ti fanno soffrire? Spiegati meglio!» Cominciò a piangere. «Dai, lo sai benissimo».Cercando di bloccare l'impulso al pianto e di nascodermi dal suo sguardo, che avrebbe sicuramente scoperto i miei occhi lucidi, proseguii: «No, cosa so benissimo? C'entro mica qualche cosa io?» «Mi manchi tanto, lo sai?»«Cosa sto sentendo? Ti manco tanto? Non sono io ad essermene andato. Non sono io ad aver detto "no" quando ti ho implorato a tornare».«Dai ti prego smettila Sto già soffrendo abbastanza non peggiorare la situazione».Si avvicinò, mi abbracciò forte e mi baciò. «Curati un po', mi sembri sciupato».Un altro abbraccio e nella mia testa rimbombò come un colpo di pistola rivolto verso di me: «Ti prego non cercarmi, io non voglio più vederti».Fece una breve pausa, si asciugò le lacrime e con freddezza non spontanea, pronunciò impetuosa: «É definitivo!»Il vento fischiava forte, il mondo era diventato un'enorme muraglia di ghiaccio nella quale io non ero più nulla; tremavo, tutto attorno a me girava e l'unica sensazione che riuscivo a percepire era il dolore. Un suono intenso accompagnava il ripetersi di quella frase: «Io non voglio più rivederti, è definitivo!»In quell'istante, Giulia smise di accarezzarmi dolcemente il viso, e girandosi di scatto pronunciò: «Addio!» Poi corse via.

XV

Carissimo ed unico mio vero amore, nonostante tutto ciò che mi hai fatto, io ti amo e ti amerò sempre, non sono ipocrita nel dirti questo, ma ho già abbastanza difficoltà a capire i miei sentimenti per cercare di spiegarli a te. Più volte sono stata tentata al telefonarti, a dirti che sarei voluta tornare la tua Giulia, però, penso che la situazione più giusta sia questa, ossia tu ed io divisi. Vivere nella stessa città è difficile, mi sono trovata più volte nei posti in cui avrei saputo di trovarti, mi sono vista mentre ti spiavo e cercavo di capire se anche tu fossi in crisi come me. Il fatto è che il passato non si può dimenticare ed io soffrirei sia con te, sia senza di te.Ho deciso di partire, di tornare a Milano. Mi sono informata e ho già un lavoro che mi aspetta. Non odiarmi. Giulia.Come un cane torna ugualmente dal padrone dopo aver preso delle bastonate, così io tornai da Valli nonostante mi avesse ferito.«Vede questa è l'ultima volta che le parlo, il fatto è che mi devo sfogare e non saprei con chi farlo se non con lei. Non le chiedo una seduta, ma una conversazione con un amico, penso lei mi debba almeno questo »«Parli pure».Gli diedi la lettera.«Giulia mi ha detto questa. Vede, io sapevo che prima o poi sarebbe tornata da me, perché quando se ne andò io le chiesi di rimanere e lei disse che ci avrebbe pensato. Lei non avrebbe voluto lasciarmi ma »In quell'istante notai la strana espressione con cui Valli mi guardava. «Perché mi guarda così?»«Non si preoccupi, vada avanti».Capii il motivo di tale espressione e con più cautela ripresi a raccontare.«Giulia mi ama ancora, ma io ho rovinato tutto, come sempre, come quella volta in cui la lasciai andare via senza »E continuai il mio sfogo per alcuni minuti, poi pagai Valli e lo ringraziai. Lo vidi accendere il computer e cercare con perplessità qualche cosa. Non ci badai più di tanto, salutai e scesi le scale.Passarono alcuni giorni quando mi arrivò una lettera di mia madre che mi chiedeva di tornare al mio paese per andarla a trovare; mi spiegò che si sentiva stanca e che le mancavo molto una visita l'avrebbe risollevata sicuramente. Senza pensarci oltre presi il primo treno e partii.Il paese era sempre lo stesso, sempre le solite facce, forse un po' invecchiate, ma per il resto, non era cambiato nulla, neppure mia madre. Appena entrato in casa mi accolse con un sentitissimo abbraccio e mi aiutò a portare la valigia nella mia vecchia camera.Era tutto perfettamente identico, proprio come l'avevo lasciato il giorno in cui me ne ero andato; nulla era diverso, nemmeno la posizione dei soprammobili.«Te la ricordi la tua vecchia camera?», pronunciò affannosamente mia madre, lasciandomi intendere che stava per cominciare un discorso, nel quale avrebbe cercato di convincermi a tornare da lei.Forse un po' bruscamente risposi: «Sì mamma, la ricordo, ma non torno a vivere qua; è un discorso che non voglio più affrontare».«Ma »«Ora che Giulia non vive più con te, siamo entrambi soli. Io insomma mi faresti compagnia».La guardai con comprensione, poi la baciai e singhiozzando dissi: «Mamma, ti prego, sai che ho sofferto molto per Giulia e ho bisogno di stare solo, pensare un po', mi serve libertà. Oltre a tutto ormai mi sono ambientato in città, tornare qui sarebbe difficile per me. Ho un lavoro, una casa una vita Spero tu non la prenda male però la mia decisione è irremovibile».Con tono più da donna rassegnata che convinta rispose: «Va bene, come vuoi tu. Comunque se cambiassi idea sai quanto mi farebbe piacere».Accennai un mezzo sorriso e le dissi che sarei andato a riposare un po'.«I viaggi si sa mettono sempre un po' di sonnolenza». Chiusi la porta e mi sdraiai sul letto; mi guardai nuovamente attorno, poi sospirai e serrando gli occhi cercaidi addormentarmi. Non vi riuscii, l'odore del mio cuscino me lo impediva, un profumo che non sentivo più da tanto tempo; un brivido percorse velocemente tutto il mio corpo, poi provai una stranissima sensazione: in quell'istante affiorarono in me una marea di antichi ricordi; commosso cominciai a lacrimare.Poco dopo mi alzai e mi avvicinai alla vecchia scrivania, aprii il cassetto e cominciai a cercare del materiale che mi avrebbe ricordato il mio passato. L'occhio cadde subito su alcune vecchie fotografie; in una era rappresentato un primo piano di Camilla a due anni, era pacioccona, buffa, con il visino tutto sporco; la girai e vi era una scritta: "Camilla dopo aver mangiato". Un altro brivido freddo attraversò la mia schiena, era la scrittura di Maria. Riposi la foto e presi tutte le altre; cominciai a sfogliarle velocemente, in alcune vi ero solo io, in altre mia madre con qualche amica. Scorrevo quelle immagini con gli occhi lucidi soffermandomi ogni qualvolta vedevo l'immagine di Maria.Poi ricordai il giorno in cui facemmo alcune di quelle foto. A quei tempi avevo pochi anni, ma rividi tutto perfettamente come se fosse accaduto solo un giorno prima. Riprovai quello stato d'animo, quell'allegria che mi apparteneva in quel bellissimo giorno, mi vidi mentre continuavo a cambiarmi i vestiti aiutato da mia madre, oppure mentre, cercando di non tremare, scattavo fotografie.Appena sveglio sentii odore di brioches calde, era un profumo antico e non ne assaporavo la fragranza da anni Nuo- vamente, riaffiorarono in me migliaia di piccoli momenti senza tempo né protagonisti vedevo un bambino quasi sconosciuto chiedere capricciosamente alla mamma la colazione ora potevo dargli un nome ma non un'età, ero io ma a quanti anni? Chissà? Comunque era poco impor- tante. Tornò in me quel forte desiderio di alzarmi, di correre verso la cucina senza né vestirmi né lavarmi. Percepivo la necessità di sentirmi nuovamente tranquillo dopo aver rivisto la mamma completamente illesa dalla notte passata. Adesso invece sentivo la necessità di volare incontro a nuovi giochi " dormire è cosa da vecchi, i bambini possono stare senza riposare, ma non senza giocare".L'odore sempre più concreto penetrava le narici nel medesimo modo in cui le grida di quel bambino rimbombavano nella testa: eravamo tutt'uno, lui ed io ovvero io ed io. Dovevo scendere dal letto e concretizzare quell'odore, trasformarlo in sapore Oggi come allora preferivo la colazione ad ogni altro pasto quotidiano Giunto in cucina salutai mia madre e ansiosamente addentai il dolce caldo a tal punto da procurarmi bruciore al palato. Non me ne curai, m'ingozzai di tre o quattro brioches ammorbidite nel latte, poi, sazio, mi sentii soddisfatto e sorridendo ringraziai per la colazione.«Come ai bei tempi?»Fiera dell'esito della colazione, mamma mi mostrò la sua gioia arrossendo nel nascondere un sorriso sincero. Fissandola le indicai il piatto ormai vuoto che in precedenza conteneva i dolci e mostrando di aver gradito dissi: «Già, e dire che era tanto che non facevo colazione».Notai una briciola sul suo maglioncino, così la tolsi e con delicatezza ne spazzai via i residui con la mano. Lei fece cenno come per ringraziare e continuò: «Come? Proprio tu? Ricordo che non avresti rinunciato alla colazione per nessun motivo al mondo».Per dimostrarle che apprezzavo il suo essersi sempre fatta in quattro per man- tenere da sola un figlio, pronunciai: «Vero, mi alzavo prima appositamente per non dover mangiare in fretta senza la mia brioche non sarei mai ri- uscito ad affrontare la scuola, tu lo sapevi, ed ogni mattina, se eri in casa, me la scaldavi, altrimenti me la facevi trovare sul tavolo accanto al latte con il solito bigliettino con scritto: "Baci mamma". Ricordo che una volta, per essere sicuro del fatto che tu non riutilizzassi lo stesso foglio del giorno precedente, segnai le lettere, ma tu ogni volta con amore preparavi la colazione e riscrivevi il messaggio».Ridendo propose un quesito del quale entrambi conoscevamo la risposta: «Sempre uguale?»Arrossii nel vederla in imbarazzo. Mi toccai la tasca dei pantaloni come per controllare se avevo preso le sigarette, poi dissi: «Già, ma lo scrivevi».Estrassi il pacchetto pur notando la sua disapprovazione. Con tono apprensivo ormai totalmente interessata alla mia salute e non al discorso precedente, la donna annunciò: «Non mi costava grande fatica! Tu cosa ne pensi?»Per lo stesso rispetto che mi aveva sempre spinto a non fumarle di fronte, misi via le Marlboro, mi diressi verso la porta, la aprii, poi feci un cenno con la mano come per dire: "Torno subito". E terminai: «Forse, comunque si fa per parlare».Uscii, e fumai la sigaretta.

XVI

Mamma era in cucina impegnata a preparare la cena ed io la osservai per un po' senza fiatare, la vidi invecchiata ma con sempre la stessa espressione.«Mamma io esco a fare due passi».Guardò l'orologio appeso al muro e disse: «Va bene, ma torna presto tra un'ora dovrebbe essere pronto da mangiare».Uscii e mi diressi verso il fiume, lo costeggiai lentamente, ricordando tra una sigaretta e l'altra tutto il mio passato.Nel cassetto avevo trovato un vecchio diario scritto da Camilla, lo avevo portato con me. Mi appoggiai ad un muretto e cominciai a sfogliarlo. Difficile spiegare la com- mozione nel leggere i sentimenti della ragazza nel periodo in cui era innamorata di me. Camilla non sapeva che il diario era in mio possesso, una volta eravamo andati a fare un picnic e lei lo aveva scordato sotto un albero, io lo vidi e lo nascosi. Lei pensò di averlo perso e ricordo che pianse per parecchi giorni. Fu leggendo tali pagine che credetti di amare quella ragazza, già perché venendo a conoscenza delle sue fantasie, dei suoi sogni nascosti, mi resi conto di quanto fosse uguale a sua madre. Così mi avviai verso quel piccolo paradiso in cui facevamo di nascosto l'amore. Ora c'era una scala e delle panchine, l'albero però era sempre lì, sembrava guardarmi comprensivo, o forse con compassione, proprio come se sapesse perfettamente di essere l'unico frammento ancora esistente della relazione tra me e Camilla."Ricordi cosa sono realmente i ricordi Mi piace vederli come dei frammenti di passato che sono in grado di regalarti una forte emozione, però cosa essi siano è difficile dirlo. Forse perché ogni persona ha un modo diverso di gestirli, io per esempio ho sempre avuto una buona memoria, però di tutto ciò che ho letto in questo diario, sono ben po- che le cose che rammento perfettamente. Dio mio come sono contento di non averlo mai restituito a Camilla. Purtroppo la mente non può contenere tutte le esperienze che viviamo e per questo, involontariamente, ti ritrovi a dimenticare momenti fondamentali della tua vita piccole cose che all'apparenza sembrano inutili ma che danno origine a tutto. Il ricordo si lega a sensazioni, odori, colori, gusti però non sempre accade, o meglio, non sei tu a decidere cosa o meno ricordare Solo ora mi rendo conto di quanto un manoscritto sia importante e se avessi tenuto un diario ora rileggendolo potrei capire tutto, ne carpirei il perché invece la mia testa è svuotata, ha censurato qualunque momento ricordo solo le cose inutili. In cosa mi ha trasformato il tempo? Ho difficoltà a focalizzare gli avvenimenti, a dar loro una precisa linearità o a localizzarli nel giusto lasso di tempo. Gli anni mi sembrano tutti uguali quasi ieri fosse dieci anni fa e dieci anni fa ieri. I ricordi più limpidi sono quelli legati ad oggetti concreti: foto, ritratti, pagine scritte se non l'avessi vista nella raffigurazione, ora non ricorderei nemmeno il volto di Camilla e dire che è così poco che non la vedo. Mi rimane una figura, riesco a darle un nome ma non un volto. Ne percepisco il carattere, ne vedo il colore dei capelli Dio Maria il suo viso che bella che era Sento il suo odore, vedo il suo corpo, le sue gambe, i suoi vestiti, specialmente quelli che indossa nelle fotografie. Vedo le sue labbra, il suo collo, le mani gli occhi così intensi, così perfettamente espressivi e così Gesù di che colore erano? Non è possibile, non riesco a focaliz- zare la sua immagine, forse sto pensando troppo e non mi fa bene. Ma di che colore aveva gli occhi? Purtroppo non sono solo gli occhi, ho perso la sua immagine, non riesco a vedere altre espressioni se non quelle di queste stupide foto Perché succedono queste cose non solo non posso più parlarle, toccarla, vederla Dio che brutta cosa è la morte prima me l'ha portata via dalla realtà ed ora pian piano la sta cancellando anche dai ricordi "Un rumore distolse la mia attenzione, era il mio stomaco che cominciava a brontolare, così guardai l'orologio e mi accorsi di essere in ritardo per la cena.Entrai in casa tenendo nascosto il diario, poi lo rimisi a posto, nascosto nel doppio fondo del cassetto, presi una foto in cui vi erano Maria e Camilla assieme e la misi nel portafoglio.Tornai in cucina e cenai ricordando la mia infanzia tramite gli aneddoti di mia madre.Mamma mi passò una mela e chiese: «Quando pensi di tornare in città?»La presi, poi afferrai il coltello, cominciai a sbucciarla sotto gli occhi attenti di mia madre.«Non saprei, forse tra pochi giorni, perché? Mi vuoi già mandare via».Stupida battuta che la offese.«Non dire così, sei tu che non vuoi restare, non io che ti mando via».Chiesi scusa. Tagliai il frutto in quattro parti, ne infilzai una con il coltello, poi la porsi a mia madre che afferran- dola disse: «Ricordi quella notte in cui Camilla venne a dormire da noi per la prima volta?»«Dopo la morte di Maria?»Scosse il capo, poi morsicò il quarto di mela e con la bocca piena confusamente disse: «No, quando Maria andò a trovare il marito!»La guardai facendole capire che non c'era bisogno di mentire, io ero a conoscenza delle storie di Maria.«L'amante vorrai dire!»«Sì, ma non è bello parlare male dei morti».Presi uno stuzzicadenti e, mentre giocavo a spezzare le briciole di pane, dissi: «Mamma io non parlo male di Maria, dico solo la verità».«Già la verità. Come sei diventato crudo, sei proprio uno di città, senza sentimenti. Hai più avuto quegl'incubi che non ti lasciavano dormire?»«No mamma, sarà stata l'aria di città, ma è passato tutto, ho imparato a convivere con il pass »«Sono contenta. Se penso a quante volte ti ho preparato la camomilla, e a quante volte ti ho dovuto tranquillizzare. Che brutto periodo quello!»Senza trovare il coraggio di guardarla in faccia, sicuro che avrebbe capito che stavo dicendo menzogne pronunciai sotto voce: «Si, ma ormai è finito».L'avvicinai a me ed abbracciandola le dimostrai il mio affetto e la mia riconoscenza.Passate alcune ore a parlare, decisi di uscire nuovamente. Ora ero davanti ad una chiesa, piccola, semplice; pareva stesse in piedi per miracolo, ma nonostante tutto io la vedevo bellissima. Parecchi ricordi erano legati a quelle quattro mura: il breve periodo in cui feci il chierichetto, la sberla di don Mario quando gli dissi che non sarei più andato in chiesa, la morte di don Lino (il mio preferito) e il modo atroce in cui accadde, così giovane e bravo. Quanto soffrì per quella brutta malattia di cui non ricordo il nome. Triste fu anche come lo venni a sapere, mi colse di sorpresa, tanto che non riuscii a comprendere cosa realmente fosse accaduto. Il signor Giovannoni Fu lui a dirmi del funerale credendo fossi a conoscenza della sua morte! Giovannoni già quell'uomo era un santo, lui e il suo orribile cane come si chiamava Bamba Dopo la morte della moglie era diven- tata la sua unica ragione di vita."Un segno divino è Dio che mi ha donato la Bamba". E mi raccontava di quando l'aveva trovata per strada ferita e di come, dopo averla accolta in casa propria, se ne fosse preso cura Inizialmente doveva convivere con due gatti, la vecchia e spennacchiata Miciola, sempre immobile, e l'arzillo e nerissimo Puma, che spaccava tutti i vasi. Fu difficile ma si adattò. Giovannoni era il classico brav'uomo che si curava degli animali e Bamba era un cane abbandonato dai padroni, accadeva spesso, ma a quei tempi non se ne parlava così tanto.Una volta gli portai un cucciolo, uno splendido gattino, ma la moglie mi cacciò di casa: "Vai via con quella bestiaccia, ce ne sono già troppe in questa casa. Non ti è bastato far morire quell'uccellino. Non è uno zoo qui, non puoi portarci tutti gli animali che trovi. Il pesce rosso vinto ai baracconi, il passerotto caduto dall'albero ed ora questo ah no, proprio no".Già sua moglie che donna strana, così brava ma così tremendamente sincera nell'ammettere di essere matta. Quante volte mi ha lanciato dietro dei sassi. Ero piccolo, ne avevo paura, non potevo capire che fosse malata. Però la conoscevo, sapevo che era buona. La ricordo mentre riascoltava le registrazioni delle canzoni dei suoi tempi o mentre avvicinava il mangiacassette alla TV in bianco e nero per registrare i film. «Silenzio», mi diceva, « se no poi a risentirlo, non ca- pisco cosa dice». E dire che gridava a tal punto da rovinare l'incisione, ma era ugualmente tenera. Quante volte non mi apriva la porta perché era impegnata nelle sue faccende chissà quali faccende poi. Io adoravo andare dal signor Giovannoni perché la sua casa era un vero "casino". C'era di tutto, porcherie, invenzioni strane da lui brevettate e costruite, e quanti oggetti presi dalle varie pattumiere: "la gente oggi butta tutto, anche le cose buone".Poi me li regalava li vedeva e li prendeva apposta per me ora mi fa un po' ribrezzo pensare al fatto che fossero nella spazzatura, ma un bambino cosa ne può sapere. Però quante grida quando mia madre mi scoprì a rovistare nella spazzatura Aveva anche un binocolo e mi spiegava le stelle insieme le guardavamo e poi mi raccontava favole incredibili condite dalla sua particolarissima voce quell'erre moscia e quel suo strano accento mentre leggeva in chiesa non ci vedeva bene e sbagliava tutto. Era così buffo e buono specialmente dopo la morte della moglie. Non si cambiava mai vestiti e non si curava l'aspetto. Pover'uomo. Credeva così tanto che, quando la morte lo prese, fu per lui una libe- razione la vita non aveva più molto da offrirgli, lui, con la sua fede, proseguiva nell'attesa di rivedere la sua adorata moglie. Fu una lunga gara tra lui e Bamba, entrambi molto vecchi prima lei, poche settimane dopo lui.Entrai nella cappelletta, l'interno era stato rifatto e le vecchie crepe sui muri erano state eliminate; il colore era differente ed anche le statuine In- variati erano invece i quadretti che rappresentavano la passione del Cristo. Quella Via Crucis che tante volte avevo seguito quasi per obbligo ora era per me una fonte di commozione. L'odore di muffa e di chiuso era sempre molto intenso ma veniva sopraffatto dal fumo delle candele di cera una di queste era mia l'avevo accesa per Maria, proprio come da ragazzo il giorno della sua morte decisi che avrei offerto ogni anno e lo stesso giorno una candela, in ricordo di quel triste avvenimento. Seguii il mio intento per tre o quattro 11 Settembre, poi però scordai anche questo, soprattutto da quando le candele furono sostituite dall'elettricità anche la chiesa si era commercializzata, o forse, solo allora me ne ero reso conto Fissavo quelle fiammelle rivolte verso l'alto, che, come diceva Giovannoni, facevano dono a Dio. Ero affascinato dalla pace interiore che si creava in quel luogo silenzioso e dalla vista di quelle candele la cera pian piano colava tanto da far diminuire l'altezza della mia, quella accanto durò ancora per pochi minuti, poi la fiammella divenne sempre più timida fino a che si spense completamente. Una vecchia seduta di fronte all'altare di tanto in tanto si lasciava sfuggire qualche preghiera ad alta voce, ma io non le badavo, ero rapito dal benessere interiore che mi provocava quel luogo di culto così misterioso, così piacevolmente triste e silenzioso. Una lacrima ne precedette molte altre ero commosso Maria aveva gli occhi marroni.Passarono ancora alcuni giorni e con loro un bellissimo periodo in compagnia di mia madre e dei miei ricordi d'infanzia; il lavoro però mi aspettava, così fui costretto a tornare. Mamma fece un ultimo, ma poco convito tentativo per farmi restare a vivere con lei, poi mi diede un grosso bacio condito da un caloroso abbraccio e disse: «Lo so che un padre è molto importante, ma qua non ti è mai mancato niente spero con tutto il cuore di non averti fatto del male io ti ho voluto e ti voglio tanto bene».Sembrava quasi volesse giustificarsi per il fatto di non essere riuscita a mantenere unita una famiglia.«Mamma, un padre è importante per chi ha saputo cosa vuol dire averlo io non ho sofferto, avevo te, Maria, Camilla. Sono sempre stato l'unico uomo della vostra vita e ne sono stato fiero Siete state bravissime e siete riuscite a colmare il vuoto lasciato da quel »Abbassò lo sguardo per non mostrarmi le lacrime che le colavano dagli occhi. Sembrava molto dispiaciuta, in fondo quell'uomo era l'unico che realmente avesse amato, così la rassicurai consolandola.«Scusa, non l'ho conosciuto, non ne posso parlare male, e poi so che tu lo hai amato molto e, rivedendomi in lui, hai amato me Se è questo che vuoi sentirmi dire, più volte ho desiderato avere un padre, ma una persona che abbandona la madre di suo figlio non merita il nostro amore meglio senza che con un elemento simile».Si riavvicinò, mi accarezzo e piangendo disse: «Sei diventato proprio un uomo non hai veramente più bisogno di una mamma apprensiva e ossessionante tra i piedi. Fai buon viaggio e fatti vivo appena puoi».

XVII

Giunto a casa mi sdraiai sul divano ed attaccai la messaggeria della segreteria telefonica. Il dottor Valli aveva lasciato un appunto nel quale chiedeva di vedermi al più presto. Inizialmente pensai che vi fossero dei problemi, uno sbaglio sul conto totale, magari gli dovevo ancora qualche soldo, ma mi fece cambiare idea il fatto che avesse così urgenza; se fosse stato un problema di soldi Valli non avrebbe avuto così tanta fretta. Telefonai e mi fu detto di andare la sera stessa.«Vede ho pensato spesso a ciò che mi ha detto l'ultima volta che ci siamo visti. Così sono andato a ricontrollare gli appunti delle vecchie sedute».Fece una breve pausa, sembrava quasi prendere coraggio. Sospirò e riprese il discorso: «Lei mi ha mentito e questo proprio non riesco a capirlo; ha pagato un sacco di soldi per raccontarmi delle bugie!»«Ma cosa sta dicendo?»«Inizialmente non ci pensai più di tanto, ma pian piano la sua storia iniziò a tornarmi alla mente, così affiorarono tante domande. Io vorrei sapere la verità e vede io mi sono fatto un'idea e mi sembra piuttosto possibile. Ho riletto gli appunti sul suo sogno e credo di aver capito alcune cose».Mentre parlava mi sentivo a disagio, mi muovevo in continuazione e non sapevo come fare per non mostrare la mia preoccupazione, così perplesso gli dissi: «Guardi che io non le ho mai mentito! Probabilmente ha capito male».In quell'istante riaffiorarono in me momenti della mia vita che più volte avevo cercato di dimenticare, e che paragonavo a brutti incubi.Sempre più sicuro di sé, lo psicanalista mi disse: «Guardi che non sono scemo, e poi sono parecchi anni che faccio questo mestiere, non è solo un fatto di intuizione, si capisce se una persona mente ed ora lei sta mentendo. In quel periodo non l'avevo ancora individuata bene, ma adesso ne è passato di tempo da che è in cura da me».«Si sta sbagliando, lo ha detto anche lei, perché avrei dovuto mentirle? Io lavoro, i soldi non li rubo mica, non ci sarebbe motivo per sperperare i miei guadagni in questo modo!»Tremavo vistosamente e si capiva chiaramente che stavo nascondendo qualche cosa.«É proprio questo che voglio sapere da lei, perché mi ha mentito, cosa sperava di rimediare. Lei non può guarire se non dicendo la verità!»In quell'istante pensai a quanto inutili fossero state le mie sedute ed alzando il tono di voce replicai: «Guardi io non le ho mentito ed anche se fosse mi sembra che sarebbero affari miei, no? Tanto con lei ho solo perso del tempo e »Ora ad interrompermi era lui, forse anche perché colpito nell'orgoglio.«Già, però io ho preso la sua storia a cuore e vorrei sapere se le idee che mi son fatto sono giuste. Da tutto ciò che mi ha detto lei ha lasciato Giulia perché non era più quella di una volta, perché era cambiata, poi si è pentito ma era troppo tardi. Mi ha anche detto di non averle rivolto la parola quando è tornata in casa sua per riprendere la propria roba, solo che da una più recente versione sono venuto a conoscenza del fatto che l'ha implorata di rimanere. Dunque qui è scoccata la scintilla, lei ha dichiarato che ogni volta che litigavate le porgeva le proprie scuse e vi rappacificavate facendo l'amore! Perciò, sempre secondo logica, mi viene difficile credere che per una sciocchezza come quella per cui avevate iniziato la discussione Giulia l'avrebbe abbandonata. Eppure non mi ha mai parlato di motivi concreti per cui una storia come la vostra potesse finire; niente tradimenti, nessun diverbio mi è mai stato ripetuto, ha sempre accentrato il discorso su quel giorno lì. Qui nasce la maggior confusione. Perché Giulia se ne è andata? Non importa sapere chi è stato a lasciare l'altro ma il motivo. Lei forse aveva mantenuto i contatti con sì intendo dire forse aveva delle relazioni, magari ancora con Camilla?»Io ascoltavo senza fare un minimo cenno, Valli scocciato dal mio comportamento alzando la voce disse: «Mi vuole rispondere per Dio?»«Lei non ha nessun diritto di tenermi qui. Io non ri- spondo a nessuna domanda. Si ricorda? Non sono più malato. Mi ha curato lei: la medicina è rassegnarmi. Ebbene io ci sto riuscendo, mi sono ras- segnato».In quell'istante la mia vita tornò nuovamente e perfettamente concreta nella mia testa. La paura mi assalì.Stringendo forte i pugni e con tono da adirato qual era, Valli gridò: «Odio essere preso in giro! Non lo posso sopportare; se vuole se ne vada pure, qui nessuno la trattiene, come del resto nessuno è mai riuscito a farlo. Lei non è pazzo è solo una persona insopportabile ed è questo il vero motivo per cui Camilla le ha rifiutato la proposta di matrimonio, ed è questo l'unico motivo per cui Giulia ha preferito scappare piuttosto che »In quell'istante le vene del collo mi si gonfiarono, rosso d'ira e di odio strinsi i pugni e i denti, cominciai a tremare e a sudare contemporaneamente. Respirando affannosamente guardai il dottore, poi gridai con rabbia: «NO » Colpii Valli con un sinistro in pieno volto.L'uomo cadde a terra, poi spaventato, si rialzò. Io lo assalii: «Ma chi si crede di essere, lei non è nessuno per dirmi certe cose, ed io la denuncio. Non è professionale, lei è un buffone ed io rivoglio i miei soldi».Valli non reagì ed asciugandosi il sangue con un fazzoletto disse: «La verità fa male, vero?» Era riuscito ad ottenere ciò che voleva, mi aveva scoperto e non vi era più motivo per tenere nascosta la realtà, specialmente ora che era così nitida in me.«La verità? Vuole proprio sapere la verità? Lei non ha proprio capito niente. Io sono venuto in cura per cercare di guarire, di uscire da questo orribile stato d'animo che mi perseguita da quando ero bambino. Lei invece è riuscito solo a farmi stare peggio».Accesi una sigaretta e cominciai a raccontare: «Vede, Giulia era la figlia della megera, proprio quella che era accanto a me e Camilla il giorno dell'assassinio di Maria. Le sembrerà strano ma per tutto il tempo che stemmo assieme non parlammo mai della nostra infanzia. Io comunque avevo capito chi fosse fin dal primo momento in cui l'avevo vista in quella cabina al mare».Valli tenendo sempre il fazzoletto sulla ferita mi guardava ed ascoltava attento.«Ad uccidere Maria non fu il padre di Camilla». L'analista mi fissava stupito ed incredulo. La sua bocca era socchiusa ed il sangue colava lentamente dalla ferita. Sembrava voler parlare, chiedere spiegazioni, ma la perplessità e soprat- tutto la curiosità di sentirmi proseguire gli impedivano di colloquiare.Così, senza perdere una parola, seguiva il mio monologo.«Maria non aveva trovato altra via d'uscita che il suicidio. Già, io avrei potuto impedirglielo, ma il piano era perfetto. Questa era l'unica possibilità di non far soffrir Camilla. Quando il marito di Maria scoprì la relazione della moglie incominciò a litigare e minacciò di uccidere tutti compresa la bambina. Camilla sentendo il diverbio e vedendo i due uomini che erano arrivati alle mani prese un tronco, forse proprio quello che mi tortura da anni nei sogni, lo stesso con cui ho aperto centinaia di volte la stessa porta, quella di casa mia. Il padre era in terra e l'amante continuava a colpirlo allo stomaco. La piccola, per difendere suo papà, scagliò il pezzo di legno contro la testa dell'altro uomo. Non so se fosse morto comunque Maria prese una sua calza e se la infilò nella mano destra. Mi chiamò e baciandomi la fronte mi chiese di togliergliela dalla mano dopo ciò che avrebbe fatto, poi disse: "Ricorda, qualsiasi cosa accada tu dovrai sempre proteggere Camilla, sempre, ricorda, lo hai giurato".Il marito proprio in quell'istante riprese i sensi e vide Maria aprire un cassetto prendere un coltello e trafiggere prima l'amante e poi se stessa. Io le tolsi il coltello dalle mani, poi presi la calza che aveva nella destra e quella che ancora aveva al piede, le portai fuori e le nascosi per bene; non le trovò mai nessuno. Il marito gridò: "Siete tutti pazzi!"E scappò per paura di essere incolpato. Non sapemmo più niente di lui per molto tempo, poi ci dissero che la polizia lo condannò a causa del duplice omicidio. Ergastolo!»Con gli occhi spalancati e fissi nel vuoto, proseguivo il mio discorso, parlando molto pacatamente: «È lui l'uomo che vedevo imprigionato nella macchina accanto alla mia. Io non potevo liberarlo, le pietre cadevano e lui gridava quei grossi massi lo schiacciano tutte le sere, ma non muore: soffre, grida, piange ma io io non so cosa fare Non posso liberarlo».Valli silenziosamente ascoltava, ma sembrava essere realmente preoccupato.«Giulia e Camilla osservarono tutta la scena senza pronunciare una parola. Il giorno dopo ci rivedemmo, tutti e tre, e Giulia non ricordava nulla. Scherzi della mente, lei dovrebbe saperlo bene, però quando meno te lo aspetti ciò che credevi di aver dimenticato torna. Già, proprio come mi ha spiegato lei.Accadde il giorno che mi lasciò. Andammo al cimitero a trovare la madre e lì accadde tutto, si ricordò la storia Convivere con essa è impossibile lo disse anche Camilla prima di andarsene».Il dottor Valli mi guardò sempre più spaventato e indie- treggiando disse: «Tu sei un pazzo, hai tenuto questa storia nascosta per tutti questi anni, hai permesso che arrestassero un innocente, sei proprio pazzo».«Non sono pazzo, lei si sbaglia, in fondo non feci altro che rispettare il volere di Maria».(1991 - 1994 - 1996)



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