San Pellegrino - Associazione Maggiaioli


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STORIA DI SAN PELLEGRINO


L'abitato di San Pellegrino si trova posto a metà di un colle sovrastante la pianura di Gualdo Tadino; alla sua destra, verso oriente, la città di Gualdo dominata dagli Appennini e alla sua sinistra, a nordovest, quella serie di ondulate colline che arrivano fino al passo di Scheggia.

Se poi si sale sulla cima del colle si può ammirare a ponente la pianura di Gubbio con il suo capoluogo.

Monte Camera, tale è il nome della collina che sovrasta il paese, occupa nella pianura di Gualdo quello che in uno stadio si può chiamare il posto di tribuna; infatti ai suoi lati continua una serie di colline più basse, davanti si stende la pianura e di fronte si erge la catena degli Appennini; è un anfiteatro naturale alquanto suggestivo.

Questa sua posizione geografica può aver rappresentato, quindi, una componente essenziale nella fondazione di S. Pellegrino.Con qualche fondamento, ma anche con un po' di fantasia, si crede che per rifarsi appunto all'epoca della sua fondazione si possa risalire all'anno 220 a.C., 433 della repubblica romana, quando il censore G. Flaminio realizzò quell'importante strada che da lui prese il nome, un'opera ardita per quei tempi, dovendo superare dei punti che costituiscono tuttora serio intralcio alle comunicazioni moderne.

L'abitato di San Pellegrino si trova posto a metà di un colle ...

 

Circa il paese, si può credere che siano stati gli stessi romani che lavoravano alla strada a costruire le prime capanne per il loro stesso ricovero, capanne che, secondo la mentalità dell'epoca, furono forse erette in posizione un po' elevata, a monte appunto della strada, visto e considerato che fino al 1500 la strada consolare Flaminia, per quanto concerne il tratto Gaifana-Sigillo, non passava sull'odierno tracciato, alle pendici, cioè, degli Appennini, ma da Gaifana deviava tagliando la pianura e attraversava le prime falde di Monte Camera, a non più di duecento metri dalle odierne prime case del paese.

Quanto diciamo è storicamente provato, in quanto nel XVI secolo il comune di Gualdo, onde aumentare la sua importanza, ottenne dalla S. Sede il permesso di spostare la strada dalla posizione primitiva a quella attuale, facendola passare attraverso l'abitato. A questo scopo le autorità gualdesi deviarono la strada a Gaifana, all'altezza dell'attuale omonima stazione FF.SS. e ordinarono espressamente di distruggere e divellere l'antico tracciato che passava all'altezza dell'attuale stazione di FF.SS. di Gualdo, da lì proseguiva dritto verso S. Pellegrino per continuare poi tra Colbassano e Baccaresca verso Sigillo e Scheggia.

I contadini i cui campi confinavano con la strada ebbero ordine di dissodarla, di ararla, per farne così scomparire le tracce; buon per noi che l'antica Via Flaminia, oltre che alle grandi comunicazioni, servisse anche gli interessi delle popolazioni locali, cosi che alcuni tratti rimasero e sono rimasti com'erano, in quanto utili ai contadini per il loro transito.

Dicevamo che il villaggio, in seguito alla sua vicinanza alla via Flaminia, potrebbe avere avuto un fiorente sviluppo, che venne probabilmente meno quando l'impero cominciò a crollare da ogni parte ed i barbari presero a calare verso il meridione. La meta agognata era Roma e per giungervi dalla pianura padana non c'era mezzo più comodo che le vie consolari come la Cassia e la Flaminia.

La storia di Roma in quell'epoca è la storia di lutti e di sventure che caratterizzò tutta l'Italia e le altre terre una volta facenti parte dell'impero. Il piccolo villaggio, in parallelo con gli altri, subì, probabilmente, devastazioni, lutti, rovine, da cui furono necessari alcuni secoli per risollevarsi.

Tramontata ormai la potenza romana e con essa la pax romana, a completare l'opera giunse nel VI secolo la lotta tra Bizantini e Goti per la supremazia della penisola. La battaglia decisiva, dopo anni di lotte, si tenne proprio nella pianura di Gualdo, ai piedi quindi del villaggio, che dovette seguire nella distruzione la sventurata Tagina.

A distanza di quattordici secoli si trova ancora qualche persona anziana nel paese che racconta delle storie a proposito di questa famosa battaglia di Tagina; è chiaro, c'è molta fantasia, col passare dei secoli tutto è divenuto leggenda, però un fondo di verità c'è e lo prova il fatto che tutte le storie confermano che la morte di Totila, il re dei Goti, è avvenuta nel territorio compreso fra S. Pellegrino e Caprara, un villaggio a due chilometri da Monte Camera.

Narrano alcune leggende che insieme a Totila sia stato sepolto il suo favoloso tesoro, frutto di venti anni di saccheggi, cosa di cui non c'è da meravigliarsi. Da allora sono sorte molte credenze sulla ubicazione di questo tesoro, che crediamo sia ben difficile da ritrovare, e non perché non si possa scavare il terreno alla sua ricerca, cosa già di per sé problematica, ma semplicemente perché, secondo noi, si dovrebbe scavare sotto l'acqua.

Alarico, re dei Visigoti, uno dei rami in cui si divideva il popolo dei Goti, fu seppellito nel Busento, celebre fiume calabrese. I suoi uomini deviarono il corso d'acqua, scavarono una fossa nel letto, qui lo seppellirono con tutti gli onori, ma anche con tutti i suoi tesori e poi deviarono ancora le acque per farle tornare nella loro primitiva posizione.

Altrettanto può essere accaduto a Totila, affinché i suoi tesori e la sua salma non cadessero nelle mani dei Bizantini; sempre, ovviamente, che i Goti ne abbiano avuto il tempo, presi com'erano dall'orgasmo di sfuggire all'eccidio susseguente alla sconfitta.

Comunque, la guerra tra Goti e Bizantini non aveva cambiato nulla per il paese. Di decennio in decennio, spesso di anno in anno, esso passava da un dominio all'altro; si avvicendavano Bizantini, Longobardi, Franchi, fino agli imperatori di Germania, sotto i quali si aprì una nuova era.

Dall'organizzazione, dalla prosperità e dalla giustizia dell'impero romano, attraverso l'incuria, la devastazione e l'abbandono dell'età barbarica, giungiamo adesso a quelli che furono i secoli migliori per il paese.

Fu proprio in questo periodo, come raccontano le cronache, che il villaggio mutò il proprio nome di Castro Contranense in quello di Borgo Contranense. Ed è, in verità, il precedente nome di Castro che può indurre a ritenere l'origine romana del paese: il termine, in latino, indica l'accampamento militare, ma successivamente, nel medioevo, si designava come "castro" un centro fortificato di piccole dimensioni che comprendeva la dimora del signore, le abitazioni dei dipendenti, la chiesa, i magazzini, i ricoveri del bestiame e inoltre le case di coloro che si ponevano sotto la protezione delle mura. Questi centri mantennero sempre una certa indipendenza dalle città e rappresentarono anzi una difesa più sicura contro il nemico; perciò, all'interno ed intorno alle loro fortificazioni vennero sorgendo nuove abitazioni sino a creare nuovi centri, cioè i borghi.

Il nuovo nome del paese, Borgo Contranense, gli fu dato intorno al secolo X: il vocabolo borgo, infatti, è di netta origine germanica ed indica il centro rurale delimitato da una difesa. Per contranense ci sono due ipotesi: la prima è che il termine sia la volgarizzazione, o semplicemente un difetto di scrittura all'origine, del participio latino del verbo " contraho" che significa "raggruppare, restringere, ammucchiare". Ci è perciò data dal nome stesso la visione di un gruppo di case che si stringono attorno ad un luogo fortificato. Altra ipotesi meno attendibile è che contranense derivi dal nome Contrano o Gontrano, forse antico signore del villaggio.

Tra i vari compiti che spettavano agli abitanti di Borgo vi era anche quello di mantenere la piccola guarnigione locale, di cui vedremo più avanti, farne parte in caso di grave pericolo e in cambio esserne protetti in caso di assedio o di guerra. Erano tempi quelli in cui prevaleva la forza e l'arroganza e spesso, molto spesso, chi faceva le spese dei contrasti tra i vari signorotti o i vari comuni erano sempre i contadini e gli artigiani che vedevano le loro messi bruciate o saccheggiate e le loro fatiche andate in fumo; quando la pace, termine qui usato in senso eufemistico per indicare un periodo di guerra non guerreggiata, tornava sul paesello, esso si trovava in balia dell'uno o dell'altro signorotto.

La prima notizia che ci conferma l'importanza e l'esistenza del borgo la troviamo verso la fine del secolo X. Alcune cronache dell'epoca parlano di un certo Ottone e l'Ottone in questione non poteva essere altri che l'imperatore di Germania Ottone III, venuto in quell'epoca in Italia, che mise Gualdo a ferro e a fuoco nel 996 e risiedette anche nel castello di S. Pellegrino, di cui, quando partì, fece dono a Offredo di Monaldo, figlio del conte di Nocera. E fu appunto nei primi anni della costituzione del feudo che avvenne nel paese un fatto per cui Borgo Contranense cambiò nome in San Pellegrino, seguendo dopo di allora le sorti della vicina Gualdo, cioè di Perugia a cui erano sottoposte, prendendo parte alle lotte tra guelfi e ghibellini che insanguinavano l'Italia in quel periodo.

Nel 1072, è questa la prima data ufficiale che si riscontra riguardo l'esistenza del paese, Rinaldo Bigazzini, conte di Coccorano, elevò quella torre che oggi è tutto ciò che resta dell'antico luogo fortificato, dando così al borgo la qualifica di castello, nome che tuttora riveste la parte a monte del paese dove si trova la torre.

Narrano le cronache che S. Pellegrino costituiva una pedina importante nel territorio di Gualdo, grazie alla sua posizione geografica che lo preservava da ogni sorpresa ed alla robustezza e grandezza del suo castello. Poteva controllare la sottostante Via Flaminia, traendone quindi vantaggio e allo stesso tempo proteggersi da visite non gradite, grazie appunto alle sue fortificazioni ed alla favorevole pendenza del terreno.

Dopo il primo conte di Coccorano abitò a San Pellegrino il figlio Monaldo, celebre capo del partito guelfo e che fu anche comandante delle milizie umbre mandate dal padre contro l'imperatore Federico II di Svevia.

Era un periodo, questo, in cui il paese ebbe una vita rigogliosa, anche se i suoi abitanti non sembrarono disdegnare mai l'uso delle armi.

Nel 1220 vi risiedette Rinaldo di Coccorano, condottiero d'una squadra di crociati, e più tardi Ugolino, anch' egli valoroso comandante di milizie guelfe.

Nacque infine nel castello di S. Pellegrino Filippo, l'uomo più noto di questa storica famiglia di feudatari, il quale, nel 1284, capitanò un esercito guelfo in Germania e si stabilì poi a Perugia, dove giunse ad esercitare il potere supremo.

 

... Rinaldo Bigazzini, conte di Coccorano, elevò quella torre ...

Nel 1301, estintasi la famiglia dei Coccorano, il castello fu ceduto a Manno di Corrado, conte della Branca, per passare poi, nel 1333, a Niccolò di Ranuccio, conte della Serra. Successivamente, quando in Italia si affermarono prepotenti le signorie, questo castello feudale passò sotto il dominio del celebre Federico III, duca di Montefeltro, e prima della fine del '400 sotto la potestà del comune di Gualdo.

Sappiamo, del resto, che in questo periodo S. Pellegrino, con Crocicchio e Caprara, costituiva la punta avanzata del comune verso il ducato di Urbino, col quale i rapporti non dovevano essere molto buoni dal momento che nel 1480 i castelli dovettero ospitare un presidio, oltre alla guarnigione locale, per essere difesi; S. Pellegrino, ad esempio, dovette badare al mantenimento del capitano e dei sei cavalieri che vi erano stati mandati. Il paese in quell'epoca apparteneva al comune di Gualdo, ma questo, a sua volta, era già stato conglobato nei domini della Chiesa.

Ed il castello di S. Pellegrino diede prova della sua forza e della sua importanza ospitando tra le sue mura gli sfortunati abitanti di Gualdo, che il re di Francia Carlo VIII aveva raso al suolo.

Ad ogni modo, la vita che conducevano le popolazioni non doveva essere molto facile, non solo dal punto di vista economico, quanto, più che altro, dal punto di vista politico-militare. Frequentissimo era infatti, per la via Flaminia, il passaggio di truppe che, amiche o nemiche fa lo stesso, si comportavano peggio dei barbari; ma questo sarebbe stato il male minore, se i soldati al loro passaggio non avessero portato tremende malattie infettive come la peste ed il colera che tanto danno arrecarono alle popolazioni. Come se ciò non bastasse anche bande di fuorusciti infestavano la regione, mettendo a sacco città e castelli. Vediamo che, appunto per evitare una tale calamità, da Gualdo partirono ordini ai massari dei castelli di confine, cioè Grello, Caprara, Crocicchio e S. Pellegrino, affinché, non appena avessero avvistata qualche banda, radunassero tutti gli uomini atti alle armi ed assalissero i banditi avvertendone contemporaneamente gli altri castelli facendo suonare la cosiddetta "Campana dell'Arme".

E fu appunto, forse, per rimediare alle disgrazie che colpivano la povera gente che, intorno al 1650, fu istituito a S. Pellegrino il "Monte Frumentario", una specie di Monte di Pietà il cui scopo principale era quello di fare prestiti di grano ai poveri rovinati dalle carestie o dalle soldataglie. Pertanto, i rapporti tra la gente del paese dovevano essere più che buoni se avevano permesso una simile istituzione, anche se ciò a volte costituiva una manna per gli usurai; tuttavia, qualche contrasto esisteva, diciamo cosi, in politica estera. Sono quelle liti che sorgevano allora tra frazioni, tra comuni, o addirittura stati, per il possesso di un pezzo di terra o di pochi capi di bestiame; contribuivano, queste liti, a tenere desto quello spirito di autonomia che spingeva una frazione, anche se sottoposta ad un comune, a conservare gelosamente le antiche libere prerogative, concesse anni o secoli prima ed in cui trova giustificazione il campanilismo di cui oggi è permeato ogni paese. Era questo il caso di S. PeIlegrino

Come riferiscono le cronache il castello di S. Pellegrino possedeva un proprio statuto, consistente in una raccolta di concessioni e privilegi che aveva ottenuto in varie epoche dai cardinali legati di Gualdo ed uno di tali privilegi era quello di poter macellare e vendere la carne, diritto che però il comune arrogava solo per sé. Volendo quindi Gualdo impedire la macellazione degli animali e la vendita delle carni nel castello, agì due volte, verso il 1600, contro gli abitanti di S. Pellegrino per annullare il diritto suddetto, ma gli stessi ricorsero alla S. Sede ottenendone soddisfazione. La contesa fu solo momentaneamente sopita, perché nel 1730 il comune intraprese un procedimento giuridico nei riguardi della frazione e dopo dieci anni ottenne che le sue pretese fossero riconosciute.

Frattanto, per comprendere l'importanza del paese, si può far conoscere l'entità della popolazione che lo abitava verso la fine del 1600; c'erano in quell'epoca nel villaggio 70 famiglie per un complesso di 259 persone e si badi che l'intera zona era appena uscita da una terribile pestilenza, della durata di diversi anni, in cui era perita più della metà della popolazione; per fare un esempio, Perugia aveva visto i suoi abitanti scendere da 35.000 a 15.000 unità. Aggiungiamo a questo un terremoto che distrusse quasi completamente Gualdo, un'ondata di caldo tropicale e poi di freddo intensissimo che danneggiarono enormemente l'agricoltura e ci si potrà fare un'idea di quanto fossero state misere le condizioni della gente in quel periodo.

Comunque passò del tempo, i campi tornarono a produrre i loro frutti e la gente a molti plicarsi, se, come risulta da una pubblicazione ufficiale del governo pontificio, nell'anno 1833 la popolazione di S. Pellegrino era costituita da 408 persone. Ed una successiva statistica pontificia del 1853 ci dice che il paese era composto da 101 case ed aveva 76 famiglie per un totale di 523 anime.

Con l'avvento, quindi, degli Italiani al governo dell'Italia, il nostro paese, come tutti gli altri, cessò di avere una storia sua per entrare in quella comune del nuovo regno. Dopo secoli di anarchia, guerre e lotte fratricide, la pace, vera non effimera, tornò a stendersi su quelle colline che nelle varie epoche avevano visto passare il console Flaminio e Livio Salinatore, Totila e i Bizantini, i Longobardi e i Franchi, i Guelfi e i Ghibellini, Braccio da Montone e Federico di Montefeltro e ancora avanti nei secoli fino alle truppe pontificie, agli eserciti francesi repubblicani ed imperiali e finalmente ai soldati italiani.

Una volta realizzata l'unione politica, che più urgeva, vennero presto alla luce i problemi economici della popolazione; ma purtroppo, le condizioni economiche, ben diverse da quelle politiche, non si potevano risolvere con una guerra vittoriosa ed erano tali da spingere molti verso quella via tristemente famosa chiamata emigrazione. Sin dalla fine del secolo scorso è cominciata questa emorragia dalle nostre terre e l'unica differenza che si registra da ottant'anni a questa parte è che, progressivamente, mentre una volta si andava a lavorare in America, fino a dieci anni fa si andava in Francia o in Lussemburgo, mentre oggi, almeno si rimane in Italia. Fatto è che il paese ha risentito di questo deflusso, aggravato poi da diversi caduti nelle due guerre mondiali, tanto che, secondo il censimento del 1931, esso contava 117 famiglie per un totale di 621 abitanti. D'accordo, rispetto al precedente del 1853 questo censimento vedeva la popolazione aumentata di cento persone, però in 80 anni, mentre prima tale fenomeno si era verificato in 20 anni, dal 1833 al 1853.

Ad ogni modo S. Pellegrino restava sempre un grosso paese del comune di Gualdo e tale lo ritroviamo, con una popolazione che sfiora il migliaio di abitanti, dopo l'ultimo conflitto mondiale.

Ma la guerra e la successiva pace avevano portato con sé nuovi problemi; l'economia, pressoché esclusivamente agricola, era incapace di mantenere tutti gli abitanti dell'antico Borgo e così furono in molti a dover prendere la via dell'emigrazione. Il maggior costo della vita e l'improduttività dell'agricoltura locale, scarsa rispetto alla media dell'agricoltura nazionale, accelerarono la fuga dei contadini dalla compagna e provocarono così, lentamente ma inesorabilmente, l'indebolimento di tutto il paese che su quella viveva. Le ragioni di questo declino sono tante: prima di tutto la mancanza di una agricoltura appropriata alle condizioni della nostra terra, poi l'inesistenza di attività collaterali che in diversi casi hanno fatto la fortuna di molti centri abitati, ma soprattutto la mancanza dell'industria, quell'attività che, sola, avrebbe potuto arginare l'ondata migratoria e dare un nuovo volto al panorama economico del paese, venendo non a sostituire ma ad affiancare l'agricoltura, che con un minor numero di bocche da sfamare e con un'organizzazione razionale sarebbe potuta diventare producente e competitiva.


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