San Pellegrino - Associazione Maggiaioli


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LA LEGGENDA DEL SANTO PELLEGRINO


Narra la leggenda che sul calar della sera del 30 Aprile 1004 si presentò all'ingresso dell'abitazione del conte Ermanno, proprietario del feudo di Castro Contranense, (oggi S. Pellegrino), un romeo, ossia un pellegrino, in compagnia di un ragazzo, che trovarono da parte della famiglia del conte spontanea e generosa ospitalità. Il pellegrino disse che veniva dalla Provenza e che a tappe successive, visitando i vari santuari più importanti esistenti lungo il percorso, si proponeva di arrivare a Roma e successivamente di raggiungere l'Abbazia di Montecassino, col proposito di fermarvisi stabilmente. Dopo aver ricevuto cure, cibo e premure da quella famiglia, il pellegrino, ringraziando, si rimise in viaggio scendendo verso l'abitato di Castro Contranense.

Quando arrivò alle prime case, nella parte alta dell'abitato, si era già approssimata la sera e nuvoloni temporaleschi apparivano verso la direzione del tramonto; poteva quindi ritenersi prossimo un sicuro temporale.

Per tale motivo il pellegrino fu indotto a chiedere ospitalità per quella notte ad un certo Ono, custode della porta d'ingresso dell'abitato di Castro; ma questi lo scacciò decisamente e criticò anche aspramente il suo lungo peregrinare, ritenuto inutile ed ozioso. Il poveretto, per nulla offeso, decise allora di riprendere il suo cammino, con l'intento di giungere per tempo e prima di notte all'abbazia di S. Benedetto di Gualdo Tadino; ma arrivato in prossimità di un fossato, sito a cinquecento metri circa a valle dell'abitato, lungo la via Flaminia, fu raggiunto dal temporale che lo costrinse a riparare sotto un ponticello sovrastante il fossato medesimo. Il cattivo tempo andò sempre peggiorando e lampi, tuoni, grandine e pioggia scrosciante diedero l'impronta caratteristica di un nubifragio eccezionalmente violento e pauroso.

Il pellegrino e il ragazzo che lo seguiva si rannicchiarono come meglio poterono sul greto di quel fosso sotto il ponticello, e, vinti dal sonno e dalla stanchezza, recitate le preghiere della notte, si addormentarono.

Al mattino successivo apparvero evidenti i gravi danni arrecati dal temporale alle campagne della zona, ma questi passarono in trascurabile considerazione di fronte a ben più impressionanti circostanze e ben più notevoli fatti avvenuti. Si verificò cioè che la figlia del conte Ermanno rivelò alla propria cugina e ai familiari che in quella notte aveva rivisto in sogno il pellegrino della sera avanti, ne aveva seguito il cammino, ne aveva saputo il rifiuto di ospitalità fatto da Ono, ne aveva visto il precario rifugio sotto il ponte di quel fosso andato in piena nella notte e che aveva travolto nel suo corso limaccioso e violento i corpi del pellegrino e del ragazzo.

L'impressione e la meraviglia si accrebbero in tutti ancora di più, quando si seppe che anche la cugina, alla quale era stato fatto in particolare il suddetto racconto, aveva avuto nel sonno la stessa identica persistente visione. Si recarono immediatamente sul posto e non fu difficile identificare subito, sul letto del fosso trasformato nella notte in impetuoso torrente, un bastone che si ergeva diritto da un groviglio di melma, sassi ed arbusti con la punta verdeggiante e fiorita.

L'esame accurato del bastone rivelò in quello il medesimo che era servito di appoggio al pellegrino il giorno avanti e fu anche notato che tale bastone era di legno di pioppo. Poco discosto dal bastone fu anche trovata la borraccia del pellegrino e con maggior meraviglia di tutti fu constatato che dal collo di essa pendeva una rosa fiorita.

Tali segnali furono ritenuti indizi miracolosi per la guida al ritrovamento del corpo del pellegrino, che infatti fu ben presto rinvenuto scavando in superficie il terreno in vicinanza del bastone.

Fu subito disposto il cerimoniale per dare a quel corpo una degna sepoltura e nello stesso tempo fu messo a conoscenza di tutto l'abate dell'abbazia di S. Benedetto. Come tutto fu pronto, il feretro fu posto su di un carro tirato da buoi, ma questi, per quanto insistentemente incitati, non vollero muoversi. Sorse allora l'idea a qualcuno dei presenti di attaccare a quel carro un paio di vitellini da latte e con somma sorpresa di tutti questi partirono docilmente. Si arrivò cosi ad una radura chiamata Campignoli e qui i vitellini si fermarono e si inginocchiarono assumendo un atteggiamento di reverente adorazione.

A tutti i fatti succitati furono logicamente attribuiti dai presenti valori soprannaturali, per cui quel pellegrino fu da tutti ritenuto Santo e come tale fu sepolto nella radura suddetta. Sopra la tomba fu eretta una chiesetta a fianco della quale sorse la chiesa più grande oggi esistente, che tuttora racchiude, in un'urna di marmo, il corpo del Pellegrino che in seguito anche la Chiesa riconobbe ed onorò come Santo.

Fu cosi che pure la denominazione del vecchio abitato si cambiò, verso il 1064, in quello attuale di "San Pellegrino" in onore del Santo.

Cosi come, sempre per ricordare il Santo per il cui ritrovamento fu di guida e segnale il suo bastone di pioppo miracolosamente fiorito, gli abitanti più idonei della parrocchia, nel ricordo della tragica notte del 30 aprile-1° maggio di quell'anno, scelgono per tradizione in quella ricorrenza di ogni anno il migliore pioppo esistente nella zona, affrontando sereni ed entusiasti fatiche, sacrifici ed anche pericoli spesso notevoli per trapiantarlo poi, pulito e scortecciato, nella piazza del paese.

Scoppi di mortaretti, sparatorie a salve, rintocchi festosi di campane, accompagnano e solennizzano tutte le fasi dell'arrivo e dell'alzata del "Maggio", come è denominato il pioppo.

Il Maggio resta poi a disposizione del proprietario a cui quella notte fu sottratto e che, lungi dal sentirsi menomato ed offeso, quasi sempre ha dato segni manifesti di rassegnata condiscendenza alla attuazione di una cerimonia sicuramente gradita al Santo.

Comunque, la popolazione di S. Pellegrino ha sempre sfidato e superato qualsiasi difficoltà per rinnovare annualmente il piantamento del Maggio e nessuno è mai riuscito ad impedirla, nemmeno quando, coincidendo casualmente il 1° Maggio festa dei lavoratori, fu erroneamente ritenuta una festa a carattere o a sfondo politico.

... per trapiantarlo poi, pulito e scortecciato, nella piazza del paese ...

 

Non impedì il rinnovarsi di detta cerimonia nemmeno il ripetersi, più volte verificatosi, della caduta di piogge torrenziali accompagnati da lampi e tuoni del tutto paragonabili a quelli verificatisi nella tragica notte in cui perse la vita il Santo Patrono, o addirittura la caduta della neve, mentre, pur così bagnati oltre ogni dire, nessuno di coloro che presero parte attiva alle varie fasi della suddetta cerimonia ebbe a subire conseguenze fisiche di rilievo, perché nessuno ha mai accusato in conseguenza di quelle fatiche un'influenza o un minimo raffreddore. A tale realtà la popolazione attribuisce riconoscimenti che rasentano il miracolo anche perché non si è mai verificata alcuna disgrazia a carico di qualcuno: infatti, in un precedente, nessuna conseguenza ebbe a subire quel giovane a cui passò sopra il piede la ruota di quel tipo di carro agricolo detto "sterzo", già caricato col pioppo abbattuto; come pure, in altra occasione, da una rivoltella che un tale, ebbro di vino, inconsciamente rivolse verso tal'altro facendo scattare il grilletto non partì la pallottola, mentre poi, nel rivolgerla contro il Maggio già eretto, alla prima prova partì subito la pallottola, come partì alle prove successive.

Dopo ardue fatiche insomma, si è sempre raggiunto lo scopo ed è commovente vedere come i maggiaioli, col loro maggio sullo sterzo, vengono su di corsa per la strada che porta al paese fino ad entrare nell'abitato accolti da grida, fiaccole e mortaretti in mezzo alla generale euforia.

Il maggio viene depositato a terra e lì rapidamente privato dei rami e della corteccia; poi, siccome è formato da un pioppo di grosso fusto, che misura alla base da un metro a due metri di circonferenza, e da uno più piccolo che costituisce la cima, esso viene delicatamente sollevato mediante corde e scale. Nel silenzio più assoluto, in modo che si possano così sentire gli ordini del capo, sembra quasi di percepire le corde tendersi e le scale scricchiolare sotto lo sforzo, mentre il pioppo, reclinato, con la bandiera che pende verso terra, sembra l'albero maestro di una nave che affonda.

Naturalmente, dopo che il maggio è stato piantato, è d'obbligo la visita alle cantine migliori del paese ed in mezzo a quei volti eccitati che tengono in mano pane e prosciutto si spande il buon odore del vino che il padrone mesce dalle botti.

***

C'è poi la festa della Madonna di Montecamera, risalente al XVII secolo, la cui chiesa, ampliata nel 1907 e successivamente rimodernata in epoca recente, si trova in cima all'omonimo colle che domina il paese, quasi a voler significare materialmente la sua protezione spirituale.

Come importanza tale festa supera ogni altra ricorrenza paesana sia per la particolare venerazione di cui la Vergine è fatta oggetto sia per il fatto che la festa grande, quella con la F maiuscola, si celebra ogni cinque anni con grande solennità. In quei giorni che precedono l'8 settembre si vedono all'opera decine e decine di persone, tutte facenti parte dei rami dell'organizzazione della festa e tutte aventi come scopo la sua buona riuscita; c'è chi monta gli archi, chi allestisce l'illuminazione, chi organizza la lotteria, chi raccoglie fondi presso tutti i paesani, chi pensa a comporre giochi per il divertimento della gente; è un continuo viavai di persone sempre indaffarate.

 

... la cui chiesa ... si trova in cima all'omonimo colle che domina il paese ...

Ma che soddisfazione quando nella notte risplende il paese illuminato con i campanili delineati da cascate di lampadine, che orgoglio vedere la processione con la statua della Madonna scendere giù dal colle in mezzo ai boschi e ai prati, tutta risplendente di fiaccole e di bengala!

Sembra un fiume fosforescente che scivola lentamente verso l'abitato, ne attraversa il viale e ne occupa le vie in mezzo al suono a distesa delle campane.

Vedere tanta gente in un paese di solito così tranquillo fa impressione; si calcola che durante l'ultima festa, della durata di tre giorni, vi siano state ogni giorno a S. Pellegrino più di tremila persone, ammutolite, sbalordite per aver visto qualcosa che sa di genuino e di veramente spontaneo.


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